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Trattamento retributivo e contributivo del portiere

Trattamento retributivo e contributivo del portiere
Fare chiarezza sul trattamento economico del portiere

Anche se il portiere è una figura … in via di estinzione nei moderni edifici condominiali, rimangono ancora controversi i profili attinenti al trattamento retributivo e contributivo, che coinvolgono anche in maniera rilevante, sul versante civile e penale, la persona dell’amministratore, sicché appare opportuno delineare i vari obblighi, e le correlate responsabilità, alla luce della (scarna) giurisprudenza che si è espressa sul punto.

Il trattamento economico del portiere, riportato nel singolo contratto di lavoro, comprende due componenti: il compenso, ossia la retribuzione mensile che, unitamente alla 13^, alle ferie e alla liquidazione – accantonata annualmente e trasferita al termine del rapporto di lavoro – viene percepita direttamente dal lavoratore, nonché i contributi previdenziali che attengono all’aspetto pensionistico e assicurativo.

L’amministratore, come datore di lavoro, è tenuto a pagare lo stipendio al portiere e consegnargli la busta-paga attestante le somme versate; al contempo – a decorrere dal 1° gennaio 1998 – deve effettuare la ritenuta fiscale per ogni importo corrisposto a tale titolo, avendo cura di consegnare al portiere, entro il febbraio di ciascun anno, il modello 101 inerente alle retribuzioni erogate nell’anno precedente.

Nello specifico, il compenso in senso stretto è costituito da: salario mensile, eventuali indennità a carattere continuativo, scatti di anzianità, gratifica natalizia, alloggio gratuito, riconoscimento di una quota mensile di energia elettrica, acqua e riscaldamento dell’alloggio; qualora l’abitazione del portiere sia sprovvista di riscaldamento, al lavoratore va riconosciuta un’indennità sostitutiva.

Le somme inerenti all’alloggio non competono ai portieri che non ne usufruiscano, mentre gli addetti alle pulizie sono retribuiti con paga oraria, altre indennità e scatti di anzianità; per tutti i lavoratori, potrebbero essere contemplate ulteriori indennità correlate all’assolvimento di determinati incarichi facoltativi (ad esempio, per la conduzione della caldaia dell’impianto di riscaldamento centralizzato).

Tuttavia, va puntualizzato che, nel rapporto di portierato, la concessione in uso dei locali di abitazione non costituisce retribuzione parzialmente in natura ex art. 2099, comma 3, c.c., ma ha funzione di prestazione accessoria, come tale funzionalmente collegata alla sussistenza del rapporto di lavoro e non all’effettività della prestazione, conseguendone che il portiere ha diritto a usufruire dei locali anche nei periodi in cui, pur essendo sospese le prestazioni delle parti, permanga il rapporto di lavoro (v. Pret. Milano 18 febbraio 1987, in Lavoro 80, 1987, 492, il quale ha affermato il diritto del portiere a usufruire dell’alloggio durante il periodo di astensione dal lavoro ex art. 7 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, sulla “tutela delle lavoratrici madri”).

Si è, del pari, affermato – v. Cass. 25 settembre 1996, n. 8477 – che il diritto del portiere al godimento dell’alloggio di servizio è funzionalmente collegato con la prestazione lavorativa, costituendone un parziale corrispettivo, e viene meno al momento della cessazione del rapporto di lavoro, senza che sull'esecuzione della conseguente obbligazione restitutoria possa incidere il mancato adempimento da parte del datore all'obbligazione, derivante da una particolare pattuizione che lo vincoli a concedere in locazione all’ex dipendente un’altra abitazione o, in caso di non disponibilità di alloggi, a corrispondergli un’indennità sostitutiva: infatti, la mancata restituzione del suddetto alloggio non ha alcuna fonte di legittimazione, dato che il lavoratore può solo vantare il diritto alla stipulazione di un contratto di locazione relativamente ad un diverso immobile, mentre mancano i presupposti per la proposizione da parte sua di un’eccezione di inadempimento, poiché un nesso di corrispettività è configurabile solo nell’àmbito di un medesimo rapporto contrattuale.

D’altra parte, il godimento dell’abitazione rimarrebbe privo di causa e neanche potrebbe farsi valere un diritto di ritenzione, facoltà giuridica non rispondente a un principio generale e prevista dalla legge, in via eccezionale, solo in ipotesi determinate (v., altresì, Cass. 25 agosto 1987, n. 7015).

Ove, poi, il contratto collettivo preveda quali siano le mansioni del lavoratore specificandole in un elenco tipico e dettagliato e, nello stesso tempo, contempli che ogni prestazione ulteriore dia luogo a un compenso supplementare rispetto ai minimi salariali della categoria, è illegittima, ex art. 2077 c.c., la clausola del contratto individuale di lavoro che ampli le mansioni predette senza attribuire al lavoratore alcun autonomo corrispettivo integrativo, che pertanto può essere rivendicato dal lavoratore e quantificato dal giudice anche con valutazione equitativa ai sensi dell’art. 432 c.p.c. (v. Cass. 27 giugno 1986, n. 4302: nella specie, si è cassata la pronuncia del giudice di merito il quale, adìto da un lavoratore che, svolgendo mansioni di portiere di uno stabile e avendo anche effettuato, nel normale orario di servizio, lavori di giardinaggio in aiuole condominiali, chiedeva il compenso supplementare per tale specifica attività, aveva respinto la domanda affermando che anche la mansione di giardinaggio rientrava, secondo la previsione espressa del contratto individuale, nella prestazione lavorativa cui si riferiva la retribuzione normale).

In una fattispecie particolare, una pronuncia di merito – v. Trib. Napoli 24 maggio 1997, in Arch. loc. e cond., 1997, 1037 – ha statuito che l’indennità supplementare prevista dal contratto nazionale di lavoro per i portieri non è posta a carico di tutti gli appartamenti destinati a uso ufficio, ma soltanto a carico di quelli che aggravino notevolmente il lavoro del portiere (nella specie, si è ritenuto che l’attività di commercialista non sia tale da comportare quell’aggravio di notevole entità per il portiere di uno stabile, in termini di clienti o di inoltro di corrispondenza, che giustifica la corresponsione dell’indennità supplementare).

Resta inteso che il rapporto di portierato è caratterizzato, rispetto al normale rapporto di lavoro subordinato (della cui realtà normativa partecipa), da aspetti particolari, connessi alla natura non imprenditoriale del datore di lavoro (condominio) e al tipo di servizio (pulizia, custodia e vigilanza) affidato al lavoratore, ed è disciplinato, quanto ad alcuni istituti, da leggi speciali (come la legge 21 marzo 1953, n. 215 sulla gratifica natalizia, la legge 16 aprile 1954, n. 111 sull’estensione delle feste infrasettimanali, e la legge 16 maggio 1956, n. 526 sul trattamento economico del lavoro prestato nei giorni festivi).

Per quanto concerne, poi, il profilo previdenziale, tutto ciò che il portiere percepisce va assoggettato a contribuzione – di regola, mensilmente tramite modelli DM-10/M – con aliquote differenti secondo la categoria di appartenenza del lavoratore.

Segnatamente, il compito di iscrivere i lavoratori all’I.N.P.S. e all’I.N.A.I.L. compete all’amministratore, il quale deve versare i relativi contributi e premi alle scadenze di legge, e anticipare, se del caso, gli assegni per nucleo familiare nonché le eventuali indennità di malattia e maternità (in proposito, si ricorda che, dal 1995, è stata istituita la Cassa portieri per la gestione del fondo di malattia, utile ai proprietari di fabbricati al fine di coprire tale rischio qualora i dipendenti non fruiscano aliunde della relativa indennità).

Al contempo, appare pacifica l’applicabilità delle norme protettive antinfortunistiche al lavoro svolto nell’àmbito di un rapporto di portierato privato (v. Cass. pen. 2 aprile 1998, n. 6426); sul punto, si è sottolineato che il portiere è soggetto all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro ove in concreto esso sia preposto ad attività rientranti nella previsione di cui all’art. 1 del T.U. 30 giugno 1965, n. 1124, a prescindere da qualsiasi indagine sulla pericolosità concreta delle macchine o apparecchiature alle quali sia addetto (v. Cass. 1 dicembre 1981, n. 6387).

A fronte del diritto del portiere ai contributi previdenziali, corrisponde l’obbligo in capo all’amministratore del relativo versamento presso gli Enti competenti; si è precisato, al riguardo, che l’azione promossa dal condominio contro l’amministratore, diretta a far valere la sua responsabilità per omesso versamento all’Ente previdenziale dei contributi del portiere è da qualificare come azione di risarcimento dei danni da inadempimento contrattuale all’obbligo dell’amministratore di eseguire il mandato conferitogli con la diligenza del buon padre di famiglia di cui all’art. 1710 c.c., sicché tale azione è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (v. Cass. 27 maggio 1982, n. 3233).

Restano da esaminare i riflessi di natura penale in ordine all’obbligo dell’amministratore di condominio di versare i contributi previdenziali del portiere.

Premesso che l’amministratore, quale datore di lavoro, è obbligato al versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali dei lavoratori dipendenti, si rileva che l’omesso versamento può comportare la commissione del reato di cui all’art. 2, comma 1, del decreto-legge n. 463/1983 (convertito nella legge n. 638/1983), punito con la pena della reclusione fino a 3 anni e la multa fino a € 1.032,91.

Il reato si consuma nel momento in cui scade il termine utile concesso al datore di lavoro per il versamento, termine attualmente fissato, dall’art. 2, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 422/1998, al giorno 16 del mese successivo a quello cui si riferiscono i contributi (v. Cass. pen. 14 maggio 2009, n. 20251); tuttavia, il datore di lavoro non è punibile se provvede al versamento entro il termine di 3 mesi dalla contestazione o dalla notifica dell'avvenuto accertamento della violazione (art. 2, comma 1-bis).

Tale reato ha natura istantanea, può essere compiuto solo dal datore di lavoro, e la condotta si realizza nell’omesso versamento delle ritenute previdenziali che egli ha l’obbligo di detrarre dall’importo della retribuzione dei propri dipendenti e di versare all’I.N.P.S., quale sostituto del soggetto obbligato.

La norma è finalizzata a reprimere il più grave reato di appropriazione indebita ex art. 646 c.p., da parte del datore di lavoro, delle somme prelevate dalla retribuzione dei lavoratori dipendenti e non il mancato versamento dei contributi (v. Cass. S.U. pen. 26 giugno 2003, n. 27641, secondo cui il reato di cui all'art. 2 della legge n. 638/1983 non è configurabile in assenza del materiale esborso delle relative somme dovute al dipendente a titolo di retribuzione; contra, Cass. pen. 6 giugno 2002, n. 21920).

L’obbligo del versamento sorge quando sussiste la prova del materiale esborso, anche in nero, della retribuzione (v. Cass. pen. 25 settembre 2007, n. 38271); il reato si configura non solo nel caso dell’integrale pagamento delle retribuzioni dovute ai lavoratori dipendenti ma anche nel caso della corresponsione di acconti, pur se modesti, sulle retribuzioni medesime, in quanto ciò comporta il mancato versamento, quantomeno in percentuale, dei contributi sui predetti acconti (v. Cass. pen. 1° ottobre 2007, n. 35880); per l’elemento soggettivo del reato, esaurendosi la condotta nella coscienza e volontà dell’omissione/ritardo del versamento delle ritenute, basta il dolo generico (v. Cass. pen. 18 novembre 2009, n. 20251).

Infine, l’amministratore potrebbe commettere un reato qualora non effettui una o più denunce obbligatorie, oppure le esegua in tutto o in parte inveritiere; invero, l’art. 37, comma 1, della legge n. 689/1981 – come modificato dall'art. 116, comma 19, della legge n. 388/2000 – prevede che: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il datore di lavoro che, al fine di non versare in tutto o in parte contributi e premi previsti dalle leggi sulla previdenza e assistenza obbligatorie, omette una o più registrazioni o denunce obbligatorie, ovvero esegue una o più denunce obbligatorie in tutto o in parte non conformi al vero, è punito con la reclusione fino a 2 anni quando dal fatto deriva l'omesso versamento di contributi e premi per un importo mensile non inferiore al maggiore importo fra € 2.582,28 mensili e il 50% dei contributi complessivamente dovuti».

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