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Stalking condominiale: la sindrome del molestatore assillante

Stalking condominiale: la sindrome  del molestatore assillante
La Cassazione penale Sez. V, sentenza 14.03.2019 depositata il 18-07-2019, n. 31981 ha sostanziato un comportamento indiretto atto a concretizzare...

La Cassazione penale Sez. V, sentenza 14.03.2019 depositata il 18-07-2019, n. 31981 ha sostanziato un comportamento indiretto atto a concretizzare la fattispecie di cui all’art 612 bis del c.p., dato dal lasciare libero il proprio cane nel cortile condominiale e così provocare ansia nei confronti di altri condomini inclusi due minori. Lo stalking, come noto in linea generale, è una serie di comportamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola e ingenerandole stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità. Il fenomeno è anche chiamato «sindrome del molestatore assillante».

Tale comportamento è stato considerato come fattispecie penale dall’art 612-bis c.p. introdotto con DL n. 11 del 23.02.2009, convertito e modificato dalla L. 23.04.2009 n. 38: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato d’ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita». Lo stalker è perseguito per mezzo di querela della persona offesa o d’ufficio in caso di stalking contro minore o persona disabile; d’ufficio altresì quando il reato è connesso ad altro reato perseguibile d’ufficio e quando lo stalker sia già stato ammonito in precedenza dal questore.

Affinché gli atti possano configurarsi come persecutori e quindi possa essere avviato un procedimento penale, devono ricorrere alcuni presupposti:

gli atti molesti devono essere reiterati. Non è quindi sufficiente un solo atto, una sola discussione per configurare il reato di stalking;
Gli atti devono perdurare nel tempo;
Le molestie devono generare un senso di ansia, paura, disagio nella vittima oppure costringerla a cambiare le sue abitudini di vita.
Lo stalking è un reato definito “a forma libera” poiché il codice penale non specifica come debba comportarsi il molestatore per integrare tale illecito. Il reato è descritto invece, sulla base delle conseguenze che la condotta determina sul soggetto passivo: conseguenze tali da fargli temere per la sicurezza propria o di un familiare o fargli cambiare le abitudini di vita.

L’orientamento giurisprudenziale più recente segna un’ulteriore evoluzione dell’ambito applicativo: gli orizzonti applicativi del reato di stalking non sono più confinati soltanto a fenomeni di degenerazione dei rapporti affettivi, ma si estendono anche a quelle condizioni di prossimità di vita tipiche dei rapporti di vicinato nell’ambito di un condominio.

L'estensione all'ambito condominiale del reato di cui all'art. 612-bis c.p., si caratterizza, sul piano tecnico giuridico, per una peculiarità del soggetto passivo: si tratta di condotte poste in essere ai danni di una pluralità di persone abitanti nello stesso edificio o condominio, nei rapporti di vicinato e, dunque, non conviventi, né appartenenti al medesimo nucleo familiare, spesso non legate da vincoli affettivi.

Il riconoscimento giuridico dello stalking condominiale è fondato quindi su un’interpretazione estensiva dell’art. 612 bis codice penale.

La sentenza con cui è stato esteso l’ambito di applicabilità dell'art. 612-bis c.p. al contesto condominiale, è la numero 20895 del 25 maggio 2011.

Nel caso sottoposto in quell'occasione all'attenzione della Corte, un condomino, con una forte sindrome maniacale, aveva posto in essere una serie di atti molesti contro alcune donne dell'edificio senza che vi fosse alcuna connessione logica tra di esse, eccetto il solo fatto di appartenere al genere femminile.

La Cassazione ritenne riduttiva la lettura della norma di cui all'articolo 612-bis del codice penale in forza della quale gli atti persecutori dovrebbero indirizzarsi verso un solo soggetto ed estese e comprese le varie condotte moleste perpetrate ai danni di più persone di sesso femminile nel reato di atti persecutori, vedendo in esse un'unica violazione della norma che lo punisce.

In seguito, la Corte (Cass. pen., Sez. III, 14 novembre 2013, n. 45648) ha ritenuto che il fatto può essere costituito da due sole condotte, purché idonee a cagionare nella vittima un grave stato di ansia e di paura per la propria incolumità, costringendola a modificare le proprie abitudini di vita.

Da ultimo la Cass. penale Sez. V, Sent., (udienze 14/03/2019 e 18.07.2019, n. 31981) ha confermato il reato di stalking anche nel caso di persecuzioni indirette date dal lasciare libero il proprio cane nel cortile condominiale.

Nel caso della sentenza di cui anzi la Corte di Appello confermava la pronunzia del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale, con la quale era stata dichiarata la penale responsabilità di due imputati per il reato di atti persecutori in danno di una coppia di coniugi, «cagionando ai medesimi e alle loro figlie minori un perdurante e grave stato d'ansia».

Avverso la predetta sentenza, le imputate, per mezzo del proprio difensore, hanno proposto ricorso per cassazione eccependo la violazione di legge in relazione all'articolo 612 bis c.p., e l'errata valutazione del materiale probatorio, perché le prime relazioni mediche attestanti il forte disagio psichico sofferto dalle figlie delle parti civili risalivano al 2010, mentre le condotte oggetto d’imputazione erano successive e collocabili nel 2012.

Inoltre, secondo le ricorrenti, il giudice di secondo grado avrebbe trasformato uno "stalking indiretto" in uno "stalking nella sostanza diretto alle due bambine", nonostante l'incompatibilità' tra la commissione della condotta "in via indiretta" e il dolo proprio del delitto di cui all'articolo 612 bis c.p. che, pur potendo essere generico, doveva in ogni caso essere direttamente e volontariamente finalizzato alla produzione di un evento.

Per la Cassazione la fattispecie di cui all'art. 612 bis c.p. ha natura di reato abituale e di evento, il dolo è da ritenersi senz'altro unitario, esprimendo un'intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica; ma ciò non significa affatto che l'agente debba rappresentarsi e volere fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi, ben potendo il dolo realizzarsi in modo graduale e avere a oggetto la continuità nel complesso delle singole parti della condotta. Si tratta, peraltro, di dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza dell'idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice (ex multis, Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014). Continua il Giudice affermando che nel caso in esame i giudici di merito hanno evidenziato quanto emerso nell'istruttoria dibattimentale sull’elemento soggettivo, rilevando come le imputate di certo avevano consapevolezza dell'idoneità dei loro comportamenti a ingenerare gli eventi propri del reato loro contestato, anche tenuto conto del lungo arco temporale in cui le condotte moleste e minacciose sono state reiterate (dal 13 febbraio 2012 al 23 luglio 2013), dei modi e della gravità delle stesse, sintomatiche di un’aggressività tutta finalizzata a realizzare l'intento di fare cambiare casa alle persone offese.

Tale disamina appare altresì in linea con il principio affermato dalla giurisprudenza secondo cui, ai fini dell’individuazione del cambiamento delle abitudini di vita, occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate (Sez. 5, n. 10111 del 22/01/2018). La Corte ha evidenziato che la verificazione dell'evento è senz'altro riconducibile alle condotte delle ricorrenti, le quali non soltanto persistevano nel lasciare circolare liberamente il loro cane nelle aree condominiali comuni pur essendo consapevoli che tale pratica arrecava un forte disagio alle minori, ma adottavano altresì nuovi comportamenti idonei a turbare queste ultime, quali minacce e insulti indirizzati sia a loro sia ai propri genitori.

La Cassazione, nel disattendere la tesi difensiva, ha quindi confermato il giudizio di condanna, in particolare ricordando che, poiché la fattispecie di cui all'art. 612 bis c.p. ha natura di reato abituale e di evento, il dolo è da ritenersi senz'altro unitario, esprimendo un'intenzione criminosa che travalica i singoli atti che compongono la condotta tipica. Ma ciò per la S. C. non significa che l'agente debba rappresentarsi e volere fin dal principio la realizzazione della serie degli episodi, ben potendo il dolo realizzarsi in modo graduale e avere a oggetto la continuità nel complesso delle singole parti della condotta. Si tratta, peraltro, di dolo generico, che consiste nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza dell'idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice.

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