Ritardo del rendiconto e revoca giudiziale dell’amministratore

La Cassazione rigetta la decisione dell’assemblea dei condomini di approvare comunque i bilanci consuntivi presentati tardivamente e confermare la nomina del professionista

L’ordinanza n. 28764 pubblicata dalla II Sezione civile della Corte di Cassazione il 30 novembre 2017 offre essenziali spunti, utili a far luce sul rapporto tra la tutela giudiziale del diritto di ciascun condomino al rispetto dei doveri dell’amministratore e la volontà della maggioranza assembleare di sanare la posizione dell’amministratore inadempiente.

Spesso si sente dire che la determinazione espressa dalla maggioranza – qualificata – dei condomini è sovrana, potendo questa nominare in ogni momento un amministratore di propria fiducia. Secondo il supremo Collegio, tuttavia, questo principio trova una limitazione nel caso in cui il potere dell’assemblea si sia consumato nel decorso inutile del tempo concesso all’amministratore in carica per la presentazione del rendiconto, senza che l’assemblea stessa abbia provveduto a revocarlo: quando sia intervenuta una revoca giudiziale dell’amministratore, dietro istanza di uno o di più condomini, motivata dal riconoscimento dell’interesse di un singolo partecipante alla conoscenza del conto annuale, il condominio non può nominare nuovamente lo stesso amministratore, neppure deliberando di approvare il rendiconto presentato con grave ritardo.

Dunque la consumazione del potere riconosciuto in testa alla maggioranza dei partecipanti è dovuta all’effetto di due omissioni, quella dell’amministratore nel rendere il conto e quella dell’assemblea nel revocarlo.

Tra i doveri che un amministratore accetta di assolvere nel momento in cui è nominato, spicca quello della presentazione del conto annuale, ovvero relativo a un preciso periodo temporale, dovere finalizzato a soddisfare il diritto di ciascun partecipante di prender periodicamente visione della gestione e di controllarne il merito, proponendo le proprie osservazioni.

Infatti, nell’elenco analitico delle attribuzioni dell’amministratore, una norma di cui all’art. 1130 cod. civ. menziona ben due volte l’obbligo di presentazione del conto annuale, al primo e all’ultimo numero dell’elenco articolato in dieci punti, che si aggiunge «a quanto previsto dall’articolo 1129 e dalle vigenti disposizioni di legge».

Al n. 1 è disposto l’obbligo di convocare l’assemblea «annualmente per l’approvazione del rendiconto condominiale di cui all’articolo 1130 bis», mentre al n. 10 è sancito il dovere di «redigere il rendiconto condominiale annuale della gestione e convocare l’assemblea per la relativa approvazione entro centottanta giorni».

Ancor prima, nel disciplinare “Nomina, revoca e obblighi dell’amministratore”, il codice civile all’art. 1129 comma 11 sanziona la mancata rendicontazione prevedendo che l’autorità giudiziaria – ove non lo abbia fatto l’assemblea dei condomini – possa disporre, su istanza di uno o più condomini, la revoca dell’amministratore «se non rende il conto della gestione, ovvero in caso di gravi irregolarità». Irregolarità elencate nel comma 12 dello stesso articolo, iniziando proprio dalla «omessa convocazione dell’assemblea per l’approvazione del rendiconto condominiale».  Tale dovere dell’amministratore è così rilevante, che il legislatore significativamente menziona la correlativa irregolarità grave addirittura prima del «ripetuto rifiuto di convocare l’assemblea per la revoca e per la nomina del nuovo amministratore o negli altri casi previsti dalla legge».

Dato il quadro normativo appena sintetizzato, la II Sezione civile della Cassazione ha concluso il mese di novembre 2017 occupandosi della legittimità di un decreto della Corte d’appello di Napoli che aveva respinto il reclamo proposto da un amministratore revocato dal giudice di primo grado per aver presentato tre rendiconti con notevole ritardo, cioè insieme al quarto.

L’amministratore ricorrente in Cassazione aveva censurato il decreto impugnato per aver, a suo dire, la Corte territoriale immotivatamente ritenuto irrilevante l’intervenuta presentazione dei rendiconti che si riferiscono agli anni 2010, 2011 e 2012, la loro approvazione da parte della maggioranza dell’assemblea e persino la sua conferma quale amministratore del condominio. Tale volontà dell’assemblea era stata esplicitata prima del deposito del provvedimento di revoca da parte del tribunale (che, ai sensi dell’art. 741 c.p.c., ha efficacia solo con il decorso del termine per proporre reclamo), e pertanto l’omissione avrebbe dovuto esser considerata sanata, in tal modo essendosi eliminati i presupposti richiesti dalla legge per la pronuncia di una revoca dell’amministratore.

Il Supremo Collegio ha colto l’occasione per chiarire due principi.

Il primo è che le delibere approvative dei rendiconti tardivi adottate dall’assemblea e la conferma nella carica di amministratore non valgono a elidere l’interesse del singolo condomino partecipante alla pronuncia di revoca. Infatti «la circostanza che … l’amministratore abbia presentato i rendiconti 2010, 2011, 2012 e 2013 e che l’assemblea li abbia approvati non vale … a sanare l’inadempimento: i rendiconti riguardanti gli anni 2010, 2011 e 2012 sono stati presentati con notevole ritardo … sicché non può dubitarsi che l’amministratore ha violato uno dei suoi obblighi primari, che è quello di rendere il conto della sua gestione “alla fine di ciascun anno” (secondo l’originaria formulazione dell’art. 1130 ult. co. c.c.) ovvero, secondo il nuovo dettato dell’art. 1130 ult. co. c.c., di redigere il rendiconto condominiale “annuale” della gestione e convocare l’assemblea per la relativa approvazione entro centottanta giorni».

Il secondo principio è quello posto dal 13° comma dell’art. 1129 codice civile: «In caso di revoca da parte dell’autorità giudiziaria, l’assemblea non può nominare nuovamente l’amministratore revocato». Infatti, «diversamente da quanto previsto dalla precedente disciplina [nella quale nulla era disposto al riguardo], l’assemblea non è libera di nominare nuovamente l’amministratore resosi inadempiente e revocato con provvedimento dell’autorità giudiziaria».

La consumazione del potere in capo all’assemblea trova primaria consacrazione nella norma fondamentale di cui all’art. 1129 co. 11° cod. civ., ove è stabilito che «in caso di mancata revoca da parte dell’assemblea, ciascun condomino può rivolgersi all’autorità giudiziaria». Dunque l’assemblea dei condomini mantiene la propria sovranità fintantoché esercita il potere di revocare l’amministratore che non abbia reso il conto di gestione nei termini posti dal legislatore – termini da qualificarsi come perentori – altrimenti dovendo tale sovranità arretrare al cospetto dell’iniziativa del singolo partecipante che ne abbia chiesta la revoca giudiziale.

La decisione novembrina in commento costituisce il primo intervento del giudice di legittimità sullo specifico aspetto della perdita del potere dell’assemblea anche in seguito all’approvazione dei rendiconti, ove tardivamente presentati. Precedentemente la giurisprudenza di merito aveva dimostrato oscillazioni di orientamento tra una posizione di severità e altra concentrata maggiormente sull’aspetto sostanzialistico della regolarità della tenuta dei conti.

A ben vedere, l’interpretazione rigorosa ora definitivamente orientata dalla Cassazione trova sostegno in una precedente decisione delle Sezioni unite afferente un altro specifico elemento della revoca giudiziale dell’amministratore inadempiente. Infatti, nel 2004 le Sezioni unite avevano chiarito che la successiva tutela giurisdizionale piena che l’amministratore revocato ha facoltà di chiedere in un ordinario giudizio contenzioso «non può essere in forma specifica, ma soltanto risarcitoria o per equivalente (non esistendo un diritto dell’amministratore alla stabilità dell’incarico, attesa la revocabilità in ogni tempo, in base all’art. 1129, secondo comma, c.c.)» Cass. SS.UU. n. 20957/2004.

Sembra dunque di potersi concludere affermando che un grave ritardo nella presentazione del conto anche di gestione condominiale, ove censurato dal singolo partecipante dinanzi al giudice, rende concreto un inadempimento che estingue ipso iure irreversibilmente il rapporto fiduciario che è alla base del mandato all’amministratore, il quale, una volta che sia stata chiesta la revoca, non può essere reintegrato dall’assemblea che, pure, abbia giudicato pienamente in ordine i conti presentati e che continui a esprimergli fiducia e finanche dal giudice della cognizione piena che abbia censurato il decreto camerale di revoca.

La posizione drastica assunta ora dalla Cassazione che l’ha motivata, è talmente decisa che non può escludersi che una limitazione così imponente alla sovranità assembleare, possa prima o poi trovare un ripensamento.  In altre parole, il rapporto tra “l’imperatore e la sovrana” è possibile che in futuro trovi un orientamento diverso da parte del Supremo collegio stesso.