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Quando innaffiare piante può trasformarsi in reato

È molto usuale, in condominio, vedere balconi ornati da piante e fiori di ogni genere; è noto, le piante richiedono una costante annaffiatura, che determina sgocciolamenti d'acqua causati e l’eterno problema dei balconi di città è che, per la maggior parte, non sono dotati di sistemi di grondaie che raccolgano l’acqua e la trasportino fino al terreno.

È molto usuale, in condominio, vedere balconi ornati da piante e fiori di ogni genere; è noto, le piante richiedono una costante annaffiatura, che determina sgocciolamenti d'acqua causati e l’eterno problema dei balconi di città è che, per la maggior parte, non sono dotati di sistemi di grondaie che raccolgano l’acqua e la trasportino fino al terreno. Spessissimo invece, l’acqua con cui si innaffiano fiori e piante cade direttamente sulla proprietà del vicino di sotto oppure sulla facciata.
Al condomino è richiesta particolare attenzione quando si occupa di innaffiare e potare fiori e piante.
Il rischio è di incorrere in una sanzione per il reato prescritto dall’art. 674 del codice penale, rubricato “Getto pericoloso di cose”, il quale afferma che è punito «Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti». Questo reato, di natura contravvenzionale, punisce con l’arresto fino a un mese o con un’ammenda fino a 206 euro.
Perché possa scattare il reato è necessario, però, non un episodio isolato e neanche il ripetersi giornaliero delle emissioni moleste, ma è sufficiente che le stesse si protraggano, senza interruzioni di rilevante entità, per un apprezzabile lasso di tempo (Cass. sent. n. 19637 del 24.05.2012).
Non vale, onde ottenere l’assoluzione, giustificarsi sostenendo che l’impianto d’irrigazione sia rotto se i “versamenti” sono protratti nel tempo e proseguiti nonostante le lamentele e le segnalazioni del vicino.
Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, con sentenza del 14.1.2011, emessa a seguito di opposizione a decreto penale, ha condannato un condomino alla pena dell'ammenda,ritenendolo responsabile del reato di cui all'art. 674 c.p., perché, innaffiando i fiori del suo appartamento, gettava acqua mista a terriccio nell'appartamento sottostante imbrattandone il davanzale, i vetri e altre suppellettili.
Della fattispecie si è occupata la Corte di Cassazione, sentenza n. 21735/2014 condannando un condomino per aver gettato acqua dal proprio appartamento, creando molestia e disturbo al proprietario che si trovava nell’area condominiale sottostante.
Il ricorrente assumeva, a scriminante del suo comportamento, il fatto che stesse innaffiando, da qui l’esubero idrico provocante la caduta di acqua.
La Corte, evidenziando una fattispecie riconducibile alla norma in esame, ha rammentato che il “versamento” concerne materie liquide e può avvenire per mano dell’agente o in qualsiasi altro modo da lui posto in essere o lasciato dolosamente o colposamente in azione, e va posto in relazione con l’effetto possibile di offendere, imbrattare o molestare le persone, anche se questo effetto non si sia verificato.
Nella sentenza 10 aprile 2014, n. 15956, la Cassazione ha condannato, nuovamente per il reato summenzionato, un condomino che, utilizzando un impianto d’irrigazione automatico, aveva versato una quantità eccessiva di acqua sul balcone del vicino sottostante, infiltrazione di cui la parte offesa si era lamentata in più occasioni.
Per i giudici tale condotta è riconducibile all’ipotesi di reato esaminata poiché, concretandosi l’elemento materiale del reato nel “gettare” o “versare”, è ipotizzabile tale ultima azione, chiaramente riferita ai liquidi e alle sostanze a essi assimilabili (sabbie, polveri etc.) che possono comunque essere versate, mentre il “gettare” riguarda invece le cose solide o, in ogni caso, aventi diversa consistenza.
L'ambito di efficacia della disposizione in esame è peraltro ulteriormente ampliato dall'utilizzazione, da parte del legislatore, del termine "cosa", volutamente generico ed evidentemente finalizzato a rendere più ampio possibile l'oggetto del versamento o del getto.
Una condotta quale quella oggetto di contestazione può essere certamente qualificata come “versamento” nei termini delineati dall’articolo 674 c.p. e l’esito di tale azione può altrettanto pacificamente risolversi nell’altrui “offesa”, “imbrattamento” o “molestia”, essendo pacificamente dotata di quella capacità offensiva che la disposizione richiede.
In una precedente occasione, proprio con riferimento ad un’ipotesi di getto di acqua con una pompa all'interno dell'abitazione altrui, si era precisato come il "versamento" possa avvenire direttamente per mano dell'agente o in qualsiasi altro modo da lui posto in essere o lasciato dolosamente o colposamente in azione e va posto in relazione con l'effetto possibile di offendere, imbrattare o molestare le persone, anche se questo effetto non si sia verificato (Sez. 1, 24 luglio 1992 n. 8386).
Per la giurisprudenza, quindi, il reato in esame è configurabile sia in forma omissiva sia commissiva mediante omissione (cosiddetto reato omissivo improprio) quando il pericolo concreto per la pubblica incolumità derivi anche dall’omissione, dolosa o colposa, del soggetto che aveva l’obbligo giuridico di evitarlo.
Ad escludere una mancanza di concreta offensività, confermando la colpevolezza dell'imputato, concorre il fatto che i versamenti si fossero protratti nel tempo ed erano proseguiti nonostante le lamentele della persona offesa e le segnalazioni dell'amministratore del condominio.
Non eliminare il problema equivale ad accettare che esista. La Cassazione ha ritenuto ininfluenti le scuse addotte dall'imputato, riconoscendo invece provata la sua responsabilità per due ragioni.
Innanzitutto perché la rottura dell'impianto d’irrigazione era ben nota all'imputato che, sostenendo di aver riparato il guasto (circostanza non vera, atteso che l'inconveniente si è poi protratto), ha implicitamente ammesso di esserne a conoscenza: questa consapevolezza del problema esclude la sua eventuale qualificazione come "caso fortuito".
E, infatti, perché la rottura dell'impianto d’irrigazione potesse rappresentare una giustificazione, sarebbe stato necessario che fosse stataimprovvisa e imprevedibile: al contrario, nel caso in questione essa era ben nota all'imputato il quale, noncurante delle lamentele e dei richiami, ha continuato a lasciare inalterata la situazione, così, di fatto, accettandola.
Non occorre un versamento volontario: non impedirlo equivale a cagionarlo. Non avere impedito lo sversamento, che era noto, equivale ad accettare che avvenga. Questo, a suo volta, significa cagionarlo: è questo il secondo motivo per cui le difese del responsabile del versamento non sono state sufficienti a mandarlo assolto.
Non c'è quindi nessuna differenza tra chi, innaffiando con un recipiente le piante del proprio balcone, fa cadere l'acqua nel piano sottostante e chi, sapendo che l'acqua cade, non fa nulla per evitarlo.

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