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Musica che disturba la quiete del vicinato

Si registra l’ascolto di musica ad alto volume, coinvolgendo la responsabilità sia dell’autore dell’illecito sia dei genitori colpevoli dell’omessa vigilanza.

Due recenti sentenze penali della Corte di Cassazione offrono lo spunto per interessanti considerazioni in materia di disturbo della quiete condominiale, segnatamente allorché – purtroppo, sempre più spesso e senza alcun rispetto per il vicino – si registra l’ascolto di musica ad alto volume, coinvolgendo la responsabilità sia dell’autore dell’illecito sia dei genitori colpevoli dell’omessa vigilanza.
Viene in gioco soprattutto il disposto dell’art. 659, comma 1, c.p. – reato contravvenzionale non depenalizzato, in quanto non rientrante tra le ipotesi contemplate nei d.lgs. nn. 7-8/2016 – che punisce, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309,00, «chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone».

Nel caso concreto affrontato dalla sentenza n. 53102 del 15 dicembre 2016, la Corte d’Appello, confermando la decisione del Tribunale, aveva condannato un soggetto per il reato previsto dal suddetto art. 659 c.p., per avere dal proprio appartamento, con emissioni sonore prodotte dall'impianto stereo e, comunque, omettendo di adottare le dovute cautele, arrecato disturbo al riposo e alle occupazioni dei vicini.
L’imputato aveva proposto ricorso per cassazione, articolando – per quel che rileva in questa sede – due motivi di censura, che però i giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto infondati.

Con il primo, il ricorrente rilevava che i rumori potevano essere sentiti soltanto nell'appartamento delle persone offese, mentre nessuno degli altri condomini aveva avvertito la musica; si lamentava, altresì, che la Corte territoriale avesse ritenuto irrilevante la circostanza sul presupposto che eventuali altri danneggiati avevano potuto ritenere opportuno non lamentarsi, tale circostanza tuttavia non trovando riscontro nel fatto che molti dei condomini dell'immobile, che erano stati sentiti, avevano dichiarato non di avere sentito la musica senza che questa desse loro fastidio, ma di non averla proprio sentita; di qui la mancanza dell’idoneità della condotta alla lesione di un’indeterminata pluralità di persone quale elemento necessariamente richiesto per l’integrazione del reato di cui all’art. 659 c.p.

La censura svolta ha richiamato il principio secondo cui, affinché sussista la contravvenzione de qua relativamente ad attività che si svolge in àmbito condominiale, è necessaria la produzione di rumori idonei ad arrecare disturbo o a turbare la quiete e le occupazioni – non solo degli abitanti dell'appartamento sovrastante o sottostante la fonte di propagazione, ma – di una più consistente parte degli occupanti il medesimo edificio (v., da ultimo, Cass. pen. 13 novembre 2013, n. 45616, in Foro it., Rep. 2013, voce Quiete pubblica, n. 11).

Tuttavia – ad avviso degli ermellini – la sentenza impugnata ha chiaramente e analiticamente riportato gli elementi di prova dai quali doveva ritenersi che i rumori fossero stati percepiti ben aldilà addirittura dell'àmbito condominiale, in particolare richiamando le deposizioni degli appartenenti alla polizia municipale, secondo i quali «la musica ad alto volume si percepiva già a ottanta metri di distanza dal condominio».
In tale contesto, è apparsa del tutto corretta l'ulteriore affermazione del giudice distrettuale, secondo il quale il fatto che solo due persone avessero ritenuto di denunciare l’accaduto non poteva evidentemente incidere sulla sussistenza del reato.

Con il secondo motivo, il ricorrente aveva evidenziato che la Corte d'Appello aveva posto in rilievo il mancato esercizio del potere-dovere di sorveglianza su di un minore e la mancata adozione di idonee misure quale titolare di diritto, laddove, nella specie, nessun obbligo sarebbe ricaduto invece sull'imputato in quanto mero proprietario, non essendo l'appartamento in sé a creare una situazione di pericolo; né si poteva valorizzare l'obbligo di controllo dei genitori sui propri figli come desumibile dall'art. 2048 c.c., posto che, ove si applicasse ex se tale norma, si addiverrebbe alla conclusione che ogni reato commesso da un minore dovrebbe essere automaticamente imputato a norma dell'art. 40 c.p. al genitore, mentre sarebbe stato più corretto evocare la culpa in vigilando, che però non sussisteva ove il minore fosse vicino alla maggiore età.

Orbene – in disparte l’improprio richiamo effettuato, per sostenere la responsabilità dell'imputato, agli obblighi discendenti dalla sua qualità di proprietario e abitante dell'immobile dal quale i rumori si diffondevano, atteso che il danno non è stato, nella specie, prodotto dall'immobile in sé (come richiesto dall'art. 2051 c.c.) ma dagli apparecchi di riproduzione musicale attivati dal figlio – la sentenza impugnata ha messo in luce “la posizione di garanzia” data dall'esercizio della potestà genitoriale sul figlio minore, autore delle propagazioni rumorose.


Tale fonte di responsabilità – ad avviso del Supremo Collegio – è stata correttamente evocata dai giudici di merito, in quanto l'art. 40, comma 2, c.p. prevede che «non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo», e non può esservi dubbio che, tra gli obblighi giuridici richiamati da tale norma, debba ricomprendersi anche quello discendente dalla responsabilità genitoriale nei confronti dei figli minori, essendo i genitori «responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori», secondo quanto previsto dall'art. 2048 c.c.

Va, infatti, chiarito come, da tale disposizione, discenda un obbligo di sorveglianza – v. Cass. pen. 7 dicembre 2010, n. 43386, in Foro it., Rep. 2011, voce Reato in genere, n. 32 – che, senza escludere la concorrente responsabilità del minore ultraquattordicenne nonché capace di intendere e di volere, non può non radicare una responsabilità anche del genitore in tutti i casi in cui un tale obbligo sia rimasto inadempiuto, solo restando salva la possibilità, espressamente consentita dal comma 3 dell'art. 2048 citato, di provare di non avere potuto impedire il fatto.

Responsabilità dei genitori
Del resto, si è ulteriormente precisato che la responsabilità dei genitori per i fatti illeciti commessi dal minore con loro convivente, prevista dall'art. 2048 c.c., è correlata ai doveri inderogabili posti a loro carico dall'art. 147 c.c. e alla conseguente necessità di una “costante opera educativa”, finalizzata a correggere comportamenti non corretti e a realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria e altrui persona da ogni accadimento illecito (v. Cass. civ. 22 aprile 2009, n. 9556, in Giust. civ., 2010, I, 402: nella specie, il mancato adempimento dell’obbligo educativo risultava dedotto dalla circostanza che il minore, al momento del sinistro, era a bordo di un ciclomotore privo di casco e trasportava un passeggero anch’esso senza casco).

Inoltre, nel caso concreto affrontato dalla (quasi coeva) Cass. pen. n. 55096 del 19 dicembre 2016, si era impugnata una sentenza emessa dal Tribunale – come giudice per le indagini preliminari – che aveva condannato un soggetto alla pena di euro 220,00 di ammenda (con la diminuente del rito abbreviato), relativamente al reato di cui agli artt. 81 e 659 c.p., perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, abusando con l'utilizzo di strumenti sonori, anche in orario notturno, aveva disturbato il riposo e le occupazioni dei condomini occupanti gli appartamenti sovrastanti e sottostanti la sua abitazione nonché i rispettivi familiari con loro conviventi.

L’imputato aveva proposto ricorso per cassazione avverso questa decisione ma, anche in questo caso, l’esito del giudizio penale non è stato a lui favorevole.
In particolare, il ricorrente aveva contestato molto genericamente la sentenza impugnata, e segnatamente l'assenza di accertamenti strumentali del rumore, laddove invece il giudice a quo, con motivazione adeguata, immune da contraddizioni e da manifeste illogicità, lo ha ritenuto responsabile del reato contestatogli.
Invero, i carabinieri, su richiesta di alcuni condomini dello stabile dove viveva il ricorrente, si erano recati presso l'abitazione dei vicini, i quali avevano riferito che l’imputato «era solito ascoltare musica ad altissimo volume incurante delle lamentele del condominio, già dal mattino», tanto che un figlio, di soli tre anni, aveva manifestato segni di nervosismo perché sempre disturbato nel sonno dai rumori del ricorrente, e un altro figlio, studente universitario, era costretto a uscire per studiare in altro luogo.

In proposito, i giudici di legittimità hanno puntualizzato che, in tema di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, l'effettiva idoneità delle emissioni sonore ad arrecare pregiudizio a un numero indeterminato di persone costituisce un accertamento di fatto rimesso all'apprezzamento del giudice di merito, il quale non è tenuto a basarsi esclusivamente sull'espletamento di specifiche indagini tecniche, ben potendo fondare il proprio convincimento su altri elementi probatori in grado di dimostrare la sussistenza di un fenomeno in grado di arrecare oggettivamente disturbo della pubblica quiete (v. Cass. pen. 16 marzo 2015, n. 11031, in Foro it., Rep. 2015, voce Quiete pubblica, n. 9: fattispecie in cui l'intensità delle emissioni sonore risultava ricostruita mediante la deposizione dei testimoni, i quali avevano riferito di non riuscire a seguire i programmi televisivi).
Si è richiamato, al riguardo, un precedente secondo il quale integra la contravvenzione di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone l'organizzazione di feste e cerimonie all'interno di uno scantinato di un edificio condominiale, che si protraggano per ore con schiamazzi, rumori e abuso di strumenti sonori, idonei a diffondersi all'interno e all'esterno dello stabile con pregiudizio della tranquillità di un numero indeterminato di persone (v. Cass. pen. 17 maggio 2010, n. 18517, in Foro it., Rep. 2010, voce Quiete pubblica, n. 8: nella specie, il frastuono determinato dalle feste, che avevano frequenza bisettimanale, era tale da far vibrare le strutture murarie del fabbricato e da impedire di tenere conversazioni normali o di ascoltare la televisione negli altri appartamenti di esso).

Nel caso esaminato dal Supremo Collegio, l'intensità dei rumori, che ha costretto intere famiglie «a uscire dalla casa per trovare un po’ di pace», induce a ritenere – come adeguatamente motivato nella gravata sentenza – che il disturbo fosse avvenuto nei confronti di un numero indeterminato di persone, o comunque fosse potenzialmente idoneo a infastidire tutto lo stabile ed anche oltre.

Infine, si rivelava manifestamente infondato – ad avviso dei magistrati del Palazzaccio – anche il motivo veicolato sulla violazione dell'art. 131-bis c.p., poiché il reato è stato commesso reiteratamente (art. 81 c.p.) per un periodo prolungato e con gravi disturbi ai condomini, anche in ore notturne; la causa di esclusione della punibilità per “particolare tenuità del fatto” non può, infatti, essere dichiarata in presenza di più reati legati dal vincolo della continuazione, in quanto anche il reato continuato configura un'ipotesi di “comportamento abituale”, ostativa al riconoscimento del beneficio (v. Cass. pen. 30 ottobre 2015, n. 43816, in Foro it., Rep. 2015, voce Pena, n. 51).

Categoria: Rumori
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