logo-ARPE
Home Speciali tecnici Contatti

Mobbing in condominio verso il portiere

Mobbing in condominio verso il portiere
Chi può dimostrare di aver subito vessazioni, trova la miglior forma di tutela nei tradizionali rimedi civilistici

Secondo la Corte di Cassazione Civile, Sez. Lavoro, 16 ottobre 2018, con ordinanza n. 25872 chi subisce mobbing da un condominio nella veste di datore di lavoro, ha l'onere di provarlo. È quanto stabilito con l’ordinanza di cui anzi dalla Cassazione chiamata a pronunciarsi sul ricorso di un portiere cui in primo grado e in appello era stato negato il ristoro richiesto per aver subito condotte mobilizzanti da parte dell'amministratore e dei vari condomini.

Con il termine "mobbing"si fa comunemente riferimento a quella moltitudine di condotte reiterate nel tempo, a titolo di esempio, l’emarginazione del lavoratore, l’ostilità nei confronti dello stesso, le continue critiche sull’operato, l’assegnazione di compiti dequalificanti, poste in essere dal datore di lavoro dinanzi ai colleghi, ai clienti o ai superiori della vittima.

Non esiste un criterio specifico per individuare le azioni che possono far configurare un caso di mobbing. In linea di massima, assume rilievo ogni forma di angheria perpetrata da una o più persone nei confronti dell'individuo più debole: ostracismo, umiliazioni pubbliche e diffusione di notizie non veritiere.

Le vittime di mobbing trovano la loro principale fonte di tutela nella possibilità di esperire i tradizionali rimedi civilistici offerti dal nostro ordinamento.

Esse potranno, in altre parole, citare in giudizio il loro mobber dinanzi al giudice civile al fine di vederne accertata la responsabilità per i danni che ha cagionato nei loro confronti e ottenerne la condanna al risarcimento delle sofferenze patite.

Il mobilizzato, infatti, può essere risarcito innanzitutto per le sofferenze non patrimoniali subite in conseguenza delle condotte persecutorie, che vanno valutate globalmente dando rilevanza alla lesione della salute psico-fisica del danneggiato (danno biologico), alla sofferenza interiore derivante dalle condotte persecutorie (danno morale) e al peggioramento delle sue condizioni di vita quotidiane (danno esistenziale).

Egli, inoltre, in alcuni casi può essere risarcito anche del danno patrimoniale subito in conseguenza del mobbing e che comporta, in sostanza, un'incidenza negativa sulla sua sfera economica.

Affinché possa essere risarcito del danno subito, tuttavia, è necessario che il mobilizzato fornisca una prova precisa e adeguata del mobbing.

Innanzitutto egli dovrà provare che, nei suoi confronti, è stata perpetrata una serie di comportamenti persecutori, con intento vessatorio.

Costituiscono esempi di tali comportamenti, si ricorda, le critiche continue e immotivate, la dequalificazione, l'emarginazione, le molestie.

Il mobilizzato dovrà provare, poi, che tali comportamenti non sono sfociati in un unico, isolato, evento, ma sono stati reiterati lungo un arco temporale medio-lungo, ovverosia per un periodo tale da rendere invivibile il contesto di riferimento.

Un'ulteriore fondamentale prova da fornire è quella relativa al danno subito. Essa potrà essere data con dichiarazioni testimoniali e, ancor più efficacemente, con perizie e certificati medici che attestino lo stato di depressione e frustrazione.

Come noto, il condominio non ha una propria autonoma personalità distinta da quella di chi ne fa parte, ma è rappresentato dall’amministratore che costituisce, appunto, solo l’organo di rappresentanza unitaria dello stesso.

Tuttavia è fuor di dubbio che, qualora il condominio si atteggi alla stessa stregua di un’azienda, come nel caso abbia alle proprie dipendenze dei dipendenti, è proprio l’amministratore che deve incarnare le vesti del datore di lavoro, tanto è vero che lo stesso, ad esempio, è obbligato al rispetto delle disposizioni in materia di sicurezza sul luogo di lavoro. Altresì con riferimento alla problematica qui affrontata.

L’art. 2087 c.c. dispone come l’imprenditore, nello specifico, l’amministratore di condominio, è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa tutte quelle misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 25872/2018, ha fatto il punto in merito al mobbing in condominio.

La vicenda processuale vedeva il portiere che adiva il Tribunale dichiarando di avere lavorato presso il condominio dal 1993 al 2008 eccependo di esser stato soggetto al comportamento persecutorio da parte dell’amministratore e di alcuni condomini, oltre al non aver percepito una retribuzione adeguata alle mansioni e di aver subito un licenziamento definito da lui illegittimo.

Pertanto, impugnava il licenziamento e chiedeva la condanna del condominio datore di lavoro al risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale.

Il Giudice accoglieva in parte il ricorso e condannava il condominio al pagamento di più di 82 mila euro, a titolo di differenze retributive e trattamento di fine rapporto.

Inoltre, rigettava le domande riguardanti la dichiarazione dell’illegittimità del licenziamento e risarcimento del danno da mobbing.

La Corte d’appello confermava la sentenza di primo grado per quel che concerneva l’insussistenza di elementi in grado di configurare una condotta vessatoria del condominio datore di lavoro, per assenza dell’intenzionalità del comportamento mobilizzante e per l’ascrivibilità della stessa a più datori. La difficoltà di configurare la fattispecie del mobbing era anche ascrivibile alla frammentazione del condominio datore di lavoro, in una pluralità di «datori di lavoro impersonati dai singoli condomini».

Il portiere, come detto, faceva ricorso in Cassazione che ne rigettava le doglianze, escludendo che potessero configurare un caso di mobbing in condominio, con conseguente condanna al risarcimento del danno.

La ricorrenza di un'ipotesi di condotta mobilizzante deve essere esclusa qualora la valutazione complessiva dell'insieme di circostanze allegate pur se idonea a palesare elementi o episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consenta di individuare il carattere persecutorio e discriminante nei confronti del lavoratore del complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro.

 

* Avvocato, consulente

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi tutti i mesi ARPENews con notizie su condominio, attualità e giurisprudenza:

mail_outline

Proseguendo accetti l'informativa Privacy.