L'appropriazione indebita | Arpe Roma

L’appropriazione indebita da parte dell’amministratore

Rappresenta una classica ipotesi di reato commesso da chi gestisce o amministra beni altrui (articolo 646 del codice penale)

                                                          

 

L’importanza del ruolo e i numerosi e complessi compiti che l’amministratore si trova oggi ad adempiere, ai sensi della legge n. 220/2012 di riforma del Condominio, lo espongono al rischio di incorrere in errori, comportamenti omissivi o volontari dai quali possono scaturire responsabilità di tipo civile e penale. Accanto alla responsabilità civilistica contrattuale che trova fondamento nel rapporto di mandato (art. 1710 c.c. e seguenti) e alla responsabilità extracontrattuale da atto illecito (art. 2043 c.c. e seguenti), assume rilevanza anche la responsabilità penale per le azioni o le omissioni attuate dall’amministratore del condominio.

L’atto con cui l’amministratore a fine gestione annuale dà contezza ai condomini delle movimentazioni di denaro è il rendiconto condominiale. L’amministratore nel redigerlo deve osservare le disposizioni indicate dall’art. 1130 bis del codice civile: «Il rendiconto condominiale contiene le voci di entrata e di uscita e ogni altro dato inerente alla situazione patrimoniale del condominio, ai fondi disponibili e alle eventuali riserve che devono essere espressi in modo da consentire l’immediata verifica. Si compone di un registro di contabilità, di un riepilogo finanziario, nonché di una nota sintetica esplicativa della gestione con l’indicazione anche dei rapporti in corso e delle questioni pendenti […]». Evidentemente nel descrivere la situazione patrimoniale e i rapporti in essere, va considerato anche il conto corrente, con ciò imponendosi all’amministratore di dar conto della consistenza del suddetto rapporto con l’istituto di credito. I condòmini, quindi, possono verificare nel corso dell’anno nei modi indicati in precedenza – la situazione concernente il conto corrente condominiale, mentre devono essere messi a conoscenza di tale rapporto in occasione della presentazione all’assemblea del rendiconto condominiale, mediante specifica menzione dello stesso in questo documento. Giova rammentare che l’amministratore è tenuto a presentare il rendiconto all’assemblea entro centottanta giorni dalla chiusura dell’esercizio, pena la possibile revoca da parte dell’Autorità Giudiziaria.

La riforma del condominio in vigore dal 2013 recepisce quelli che ormai erano dei consolidati giurisprudenziali secondo cui «l’amministratore è obbligato a far affluire i versamenti delle quote condominiali su un apposito e separato conto corrente intestato a ciascun condominio da lui amministrato, onde evitare che possa sorgere confusione tra il suo patrimonio personale e quelli dei diversi condomini che gestisce, nonché tra questi ultimi» (Tribunale Salerno, 3 maggio 2011; Tribunale Torino, 3 maggio 2000); «il singolo condomino ha un vero e proprio diritto soggettivo a vedere versate le sue quote, sia per sopperire alle spese sia per gli eventuali fondi, su un conto corrente intestato al condominio e non personalmente all’amministratore, e a conoscere l’entità degli interessi che maturino a suo favore» (Tribunale Milano, 9 settembre 1991); «la mancata adozione da parte dell’amministratore di condominio di un conto corrente apposito per la gestione condominiale costituisce perciò da sola un’irregolarità di tale gravità da comportare la revoca del mandato» (Tribunale Roma, 24 agosto 2009; Tribunale Torino, 3 maggio 2000; Tribunale Milano, 29 settembre 1993); «è illegittima la deliberazione dell’assemblea di condominio che preveda di far affluire i versamenti delle quote condominiali sul conto corrente personale dell’amministratore, in quanto ciò integra lesione del diritto di ciascun condominio alla perfetta trasparenza, chiarezza e facile comprensibilità della gestione condominiale, limite inderogabile alle scelte discrezionali e gestionali degli organi di amministrazione e governo del condominio» (Tribunale Genova, 16 settembre 1993).

Tra i reati di maggiore rilievo, che possono vedere responsabile l’amministratore di condominio, sono da annoverare quelli in cui egli lede il bene del patrimonio dei singoli condomini ovvero del condominio stesso. L’appropriazione indebita rappresenta una classica ipotesi di reato commesso da chi gestisce o amministra beni altrui. Essa, infatti, ai sensi dell’art. 646 del codice penale, è configurabile quando un soggetto «per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria del denaro o della cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso».

Con la legge n. 220/2012, il legislatore ha recepito le indicazioni giurisprudenziali, prevedendo espressamente al comma 7 del nuovo art. 1129 c.c. che «L’amministratore è obbligato a far transitare le somme ricevute a qualunque titolo dai condomini o da terzi, nonché quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio».

Ove l’amministratore distragga a proprio favore o di terzi le somme dei condomini può incorrere oltre che in un illecito civile anche in quello penale di appropriazione indebita. L’amministratore di condominio che, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria del denaro altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032,00.

Il reato di appropriazione indebita si consuma quando l’amministratore, che ha la disponibilità di denaro di proprietà altrui (condòmini) in virtù dell’incarico ottenuto, si comporta come se fosse il proprietario, con la volontà espressa o implicita di considerare lo stesso come proprio.

Nondimeno, il reato si configura anche quando l’amministratore, allo scopo di coprire perdite che avvengono in altri condomini dallo stesso gestiti, trasferisce fondi da un condominio all’altro.

Questo è il principio di diritto espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 31322, pubblicata in data 22 giugno 2017.

Quando occorre il momento consumativo del reato di appropriazione indebita?

Secondo la Corte di Cassazione, sezione II penale, sentenza 4 luglio 2016 n. 27363, l’appropriazione indebita da parte dell’amministratore di condominio non si consuma al momento del singolo prelievo dal conto corrente condominiale bensì al termine del mandato, ed è dunque da questo momento che scatta il calcolo della prescrizione. Il ricorrente sosteneva invece che il termine di prescrizione del reato dovesse decorrere in occasione dei singoli prelievi.

Di diverso avviso gli ermellini che hanno richiamato l’orientamento di legittimità secondo cui «il delitto di appropriazione indebita è reato istantaneo che si consuma con la prima condotta appropriativa, cioè nel momento in cui l’agente compia un atto di dominio sulla cosa con la volontà espressa o implicita di tenere questa come propria». Seguendo questa linea la Cassazione (n. 29451/2013), in un caso, ha ritenuto perfezionato il delitto di appropriazione indebita della documentazione riguardante il condominio da parte dell’amministratore, non nel momento della revoca e della nomina del successore, bensì in quello in cui «l’agente, volontariamente negando la restituzione della contabilità detenuta, si era comportato uti dominus rispetto alla res».

Analogamente, prosegue la sentenza, deve pertanto ritenersi che l’utilizzo delle somme versate nel conto corrente da parte dell’amministratore durante il mandato «non profila l’interversione nel possesso che si manifesta e consuma soltanto, quando terminato il mandato, le giacenze di cassa non siano trasferite al nuovo amministratore con le dovute conseguenze in tema di decorrenza dei termini di prescrizione». E difatti, avendo l’amministratore, la detenzione nomine alieno delle somme di pertinenza del condominio sulle quali opera attraverso operazioni in conto corrente, «solo al momento della cessazione della carica si può profilare il momento consumativo dell’appropriazione indebita poiché in questo momento rispetto alle somme distratte si profila l’interversione nel possesso».

Altresì uguali sono i principi di diritto fissati dalla Cassazione, II Sezione Penale, nella sentenza n. 21011, pubblicata in data 11 maggio 2018.

Nel caso di appropriazione indebita di somme di denaro di pertinenza dei condòmini, tale reato si consuma ogni anno nel momento in cui l’amministratore, chiamato a rendere il conto della propria gestione e a restituire le somme possedute per conto dei predetti condòmini, omette tale restituzione trattenendo le somme con la volontà di farle proprie.

Tale momento consumativo del reato mostra i suoi effetti sul termine di prescrizione che in virtù dei diversi atti interruttivi deve considerarsi determinato in anni sette e mesi sei di reclusione così come dal combinato disposto degli artt. 157 e 161 del codice di procedura penale. Detto termine inizia a decorrere alla chiusura di ogni esercizio annuale, quando sorge l’obbligo di rendicontazione.

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vigente dal 6 luglio al 3 agosto

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Venerdì: chiuso

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