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La riforma del reato di abuso d'ufficio

La riforma del reato di abuso d'ufficio
E' prossima l’adozione da parte dell’esecutivo di un decreto c.d. semplificazioni, con il quale, tra le varie, si vorrebbe snellire l’iter burocratico amministrativo. Scopri di più!

Nell’ambito di un programma teso ad “accelerare la realizzazione delle spese di investimento” è prossima l’adozione da
parte dell’esecutivo di un decreto c.d. semplificazioni, con il quale, tra le varie, si vorrebbe snellire l’iter burocratico amministrativo in modo da sbloccare i contratti pubblici e quindi favorire la ripresa economica dopo l’emergenza determinata dalla pandemia Covid-19.

Tra i vari interventi si inserisce quello relativo al reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) da rimodellare in modo più specifico rispetto alla formulazione attuale. Altro intervento nella stessa ottica sarà quello di elaborare una riforma del danno erariale che renda sconsigliabile un’omissione rispetto ad un agire anche erroneo da parte del funzionario pubblico.

In attesa del disegno definitivo in base alle anticipazioni trapelate, sembrerebbe che, la mano del legislatore, relativamente alla fattispecie di cui all’art. 323 c.p., si risolverà nell’attribuire rilevanza a specifiche condotte espressamente previste normativamente con esclusione di margini di discrezionalità per il soggetto agente (art. 17 bozza) al contrario dell’attuale disciplina che, ai fini dell’incriminazione richiama, in modo generico, la violazione di norme di legge o di regolamento. Tutto questo al fine di definire in maniera più precisa la condotta rilevante ai fini del reato di abuso di ufficio, oggi oltremodo generica.

In particolare, l’intervento potrà risultare risolutorio della questione più controversa anche nelle aule dei tribunali, ossia la portata del potere discrezionale dell’agente. Nel progetto di riforma si spingerà per attribuire “rilevanza alla circostanza che da tali specifiche regole non residuino margini di discrezionalità per il soggetto, in luogo della vigente previsione che fa generico riferimento alla violazione di norme di legge o di regolamento. Ciò al fine di definire in maniera più compiuta la condotta rilevante ai fini del reato di abuso di ufficio”.

In sintesi, questo vuol significare semplicemente che in tutti quei casi in cui sia previsto lo spazio al potere discrezionale del pubblico ufficiale quest’ultimo potrà beneficiarne senza correre il rischio di finire sotto inchiesta per abuso d’ufficio. Ovviamente al netto dei “margini di discrezionalità” la condotta del pubblico ufficiale non dovrà essere viziata da abusi evidenti e non ci dovranno essere altri tipi di violazioni.

A titolo esemplificativo: un sindaco sarà libero di decidere, in ossequio alla norma di riferimento, ove poter destinare le
risorse per interventi di ripresa, scegliendo, in base a una valutazione discrezionale, la tipologia degli investimenti, senza rischio di incorrere in denuncia, al contrario di quanto avviene oggi, allorquando un semplice esposto, a volte meramente strumentale, determinava l’apertura di un fascicolo in procura, paralizzando di fatto l’azione amministrativa.

Del resto, qualora dovesse andare in porto la modifica, non si tratterà del primo intervento legislativo sul reato di abuso di ufficio essendo stata la sua vita normativa da sempre travagliata.

La riforma in cantiere sarebbe la quarta a partire dalla prima del 1990, seguita dall’intervento del 1997 e da quello del 2012 con il quale si aumentava solamente la pena senza modificare il testo. In particolare, con la riforma del 1997 si riduceva l’area del penalmente illecito rispetto alla versione precedente con la quale era punito il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che avesse abusato del suo ufficio al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio, patrimoniale o non patrimoniale, o per arrecare ad altri un danno ingiusto (l’evento, dunque, si sostanziava
nell’esercizio di prerogative secondo modalità difformi dal paradigma normativo).

Nella successiva e ancora attuale previsione viene punito il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale o intenzionalmente arreca un danno ingiusto (l’evento è, quindi, il conseguimento di un vantaggio ingiusto o il prodursi di un danno ingiusto).

La formulazione della norma vigente richiede la dimostrazione da parte della pubblica accusa del dolo intenzionale, prova che risulta sempre più difficile da sostenere in corso di causa. Inoltre, è stato espunto il vantaggio non patrimoniale: ai fini dell’integrabilità del reato, il vantaggio deve essere “patrimoniale”.

A causa della sua formulazione, la grande problematica della norma incriminatrice in questione è stata quella, da sempre, di aver generalizzato le possibili condotte oggetto di reato, con l’unico risultato di arrestare l’attività dei funzionari
pubblici timorosi, per non dire certi, di finire incriminati per abuso d’ufficio. Al contrario i dati disponibili hanno confermato come solo la minima parte dei procedimenti si conclude con una sentenza di condanna per cui, allo stato, l’efficacia concreta della norma è stata solo quella di determinare un’esasperazione della c.d. burocrazia difensiva da
parte dei funzionari pubblici che per evitare incriminazioni preferiscono non agire per il bene pubblico e quindi assumersi responsabilità (rifiuto della firma) e come diretta conseguenza quella di paralizzare le attività produttive del nostro paese.

Senza dimenticare l’affollamento delle aule di giustizia per procedimenti che solo in minima parte si risolvono in una condanna definita per le difficoltà oggettive di provare il reato contestato. La norma va sicuramente riformata con la specificazione delle ipotesi di reato, soprattutto per le procedure amministrative comparative, quali concorsi
pubblici, gare, procedure ad evidenza pubblica, casi nei quali la scelta del dipendente pubblico tra le varie opzioni potrebbe determinare favoritismi ed ingiustificate preferenze tra i cittadini. La risposta legislativa corretta potrebbe essere, da un canto una specificazione delle fattispecie delittuose a garanzia anche del diritto di difesa del pubblico dipendente e per evitare valutazioni discrezionali del giudice, dall’altro eliminare quale elemento psicologico
il dolo intenzionale dell’agente, che rende difficoltosa la sua dimostrabilità in giudizio.

Sempre ricordando, come in ambito penale, i principi di tassatività e determinatezza sono i pilastri dell’ordinamento e permeano tutte le fattispecie incriminatrici ad eccezione del reato di abuso d’ufficio per i motivi anzidetti. Potrebbe essere quindi l’occasione per colmare questa lacuna. Non mancheranno certo le resistenze a un’eventuale riforma della norma a partire dalla stessa magistratura inquirente che ha già manifestato perplessità alla prospettata nuova regolamentazione del reato.

Perplessità che appaiono ancora oggi ingiustificate alla luce dell’evidente inefficacia, sotto molteplici aspetti, dell’attuale formulazione dell’art. 323 codice penale.

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