logo-ARPE
Home Speciali tecnici Contatti

La legge di bilancio e la rigenerazione delle nostre città

La legge di bilancio e la rigenerazione delle nostre città
Il degrado delle aree urbane e dell’ambiente più in generale, accantonando il ricorrente problema del dissesto idrogeologico, è tale che bisognerebbe dimenticare i localismi e intervenire tramite commissari ai quali vanno assegnati “poteri assoluti” per realizzare le opere più urgenti.

La vicenda della Legge di Bilancio volge al termine e, come sempre le ultime ore dell’esame parlamentare saranno caratterizzate “dall’assalto alla diligenza” ossia il tentativo che moltissimi parlamentari faranno per inserire nel provvedimento norme a tutela degli elettori a loro più vicini.

Quindi al bando i discorsi di contenimento della spesa e di più ampio respiro economico e spazio invece al finanziamento d’istituzioni culturali locali, di sagre paesane, di micro opere e via discorrendo. Accadeva nella prima repubblica e poco o nulla è oggi cambiato.

Di certo di strategico, ogni giorno che il dibattito va avanti, c’è sempre meno e al momento in cui si scrivono queste note, si parla anche di agevolare i soffioni o diffusori delle docce.

Da Mani Pulite questa volta si passa a una pulizia generale del corpo e se proprio si vuole andare in questa micro direzione perché non provare a richiedere, ammesso che esistano sul mercato, terminali in grado comunque di ridurre o ottimizzare il consumo dell’acqua magari di costruzione nazionale e non copie realizzate in Oriente che beneficiano di un prezzo minore e forse anche di una qualità minore.

Se non fosse per i vincoli che ci impone il sistema europeo, forse sarebbe il caso di valutare l’ipotesi di collegare gli incentivi pubblici previsti per qualsiasi settore, dalle auto alla componentistica, a produzioni nazionali o almeno comunitarie. D’altro canto la vicenda dei dazi americani qualcosa dovrebbe insegnare!

Torniamo però a temi di più basso livello, ossia la legge di bilancio che, alla data del 4 dicembre, non aveva ancora completato l’iter neanche nella commissione bilancio del Senato, ossia il primo ramo del Parlamento che ha ricevuto il disegno di legge, di cui si parlava sin da settembre, dal Governo il 2 novembre scorso, ohibò giorno della commemorazione dei Defunti!

Che la Legge di Bilancio possa rappresentare l’ennesimo bagno di sangue per i cittadini è abbastanza possibile com’è altrettanto plausibile assistere a una riduzione degli interventi in infrastrutture, manutenzione compresa, ma sicuramente non ci si fermerà qui anche perché i finanziamenti teoricamente già disponibili alla fine potrebbero essere impiegati in un arco temporale quanto mai ampio vanificando così gli effetti positivi che si potrebbero ottenere concentrando le risorse, prevedendo termini tassativi per l’impiego pena la revoca.

È ciò che dovrebbe avvenire con il nuovo piano per le città promosso dal Ministro per le infrastrutture che utilizza risorse disponibili da oltre dieci anni, anzi per alcune di esse da vent’anni! Peccato che gli oltre 900 milioni assegnati siano resi disponibili in dodici anni quindi con un effetto dilazionato nel tempo che alla fine può essere addirittura controproducente.

Per attivare i primi interventi probabilmente occorrerà attendere addirittura il 2021 se non il 2022, considerata la tempistica solo in parte oggi definita e che prevede alcuni provvedimenti ministeriali prima della presentazione delle proposte, poi la loro selezione, a seguire i convenzionamenti tra i comuni e il Ministero e infine le procedure di appalto per la progettazione e per i lavori.
Insomma facendo della facile ironia potremmo dire Nerone suona la cetra al cospetto dell’incendio di Roma che questa volta è esteso all’intera Italia. Il degrado delle aree urbane e dell’ambiente più in generale, accantonando il ricorrente problema del dissesto idrogeologico, è tale che bisognerebbe dimenticare i localismi e intervenire tramite commissari ai quali vanno assegnati “poteri assoluti” per realizzare le opere più urgenti. Un’azione di questo genere sicuramente non è gradita dai comuni ben amministrati, ma sarebbe, o forse più correttamente è, necessaria in tutti gli altri comuni con la Capitale tristemente in testa alla graduatoria.

Parlare di degrado urbano e della necessità di avviare un’azione di rigenerazione equivale a sostenere almeno un’attività di origine pubblica ovvero proposta da un soggetto privato e condivisa dall’ente locale e che richiede la disponibilità d’ingenti risorse finanziarie. E allora, considerata l’esiguità delle risorse degli enti locali, diviene inevitabile pensare a politiche di partenariato pubblico privato tali da attivare risorse private anche per interventi di natura pubblica.
In materia, il caso classico è quello delle opere di urbanizzazione a scomputo ovvero del tanto discusso contributo straordinario per le varianti urbanistiche i cui proventi devono essere impiegati proprio per opere di miglioramento urbano, ma ora occorre fare un passo in avanti affiancando a tutto ciò interventi di maggiore spessore in cui è coinvolto o meglio ne è attore il soggetto privato. In questa partita uno degli aspetti di maggiore attenzione è dato dal piano finanziario e dal suo equilibrio: il finanziamento dei soggetti privati deve avere una remunerazione certa per il periodo definito dal programma e tempi altrettanto certi per la realizzazione delle opere. Possono sembrare cose elementari, ma non sempre è così anche perché talvolta s’introducono nuove norme che determinano risultati diversi dalle attese del promotore dell’intervento. Ecco allora la necessità di linee di comportamento ben definite, altrimenti non ci si può attendere che nella rigenerazione urbana siano investiti capitali privati, magari provenienti dall’estero.
Di tutto ciò non sembra tenere conto il disegno di legge che il Parlamento sta esaminando, soprattutto se approverà senza variazioni la proposta del Governo finalizzata alla ricontrattazione dei canoni di locazione che gli enti pubblici, quali essi siano, corrispondono per la locazione o l’utilizzo di immobili di proprietà privata. Che si vogliano razionalizzare gli impieghi e possibilmente ridurre i costi sono senz’altro esigenze più che legittime, ma che si voglia imporre o quasi una ricontrattazione al ribasso dei canoni, prefissando addirittura uno sconto minimo garantito rispetto ai valori individuati dall’OMI [Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate, ndr], è veramente un disincentivo forte per tutti coloro, primi fra tutti gli investitori stranieri, che individuano nell’immobiliare in questo momento un canale d’impiego preferenziale delle risorse.
È evidente che il cambiamento delle regole in corso d’opera che oggi propone il Governo è l’esatta negazione di tutto ciò con il risultato di un nuovo allontanamento dal settore immobiliare proprio di quei soggetti che hanno disponibilità economiche spesso tali da innescare processi di rigenerazione urbana potenzialmente rilevanti con ricadute positive anche per la parte concernente le opere pubbliche o di pubblica utilità.

Insomma dopo avere bloccato con le precedenti leggi di stabilità l’aggiornamento dei canoni di locazione degli immobili locati a soggetti pubblici, la prevista e odierna ricontrattazione dei canoni rappresenta un qualcosa di diverso dalla classica ciliegina sulla torta.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi tutti i mesi ARPENews con notizie su condominio, attualità e giurisprudenza:

mail_outline

Proseguendo accetti l'informativa Privacy.