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Impugnativa delle delibere dopo la L. 220/12

Impugnativa delle delibere  dopo la L. 220/12
L’art. 1137 c.c., nel testo in vigore prima della l. 220/12, disponeva che, contro le deliberazioni dell’assemblea contrarie alla legge o al regolamento di condominio...

L’art. 1137 c.c., nel testo in vigore prima della l. 220/12, disponeva che, contro le deliberazioni dell’assemblea contrarie alla legge o al regolamento di condominio, ogni condomino dissenziente potesse fare “ricorso” all’autorità giudiziaria.

Si è a lungo dibattuto se il legislatore avesse utilizzato il termine ricorso in senso tecnico o se, invece, avesse voluto, genericamente, indicare la possibilità di adire l’autorità giudiziaria, con la conseguenza che, in tal caso, l’impugnazione delle delibere assembleari dovesse essere proposta con atto di citazione.

La querelle sembrava essere stata definitivamente risolta dalle S.U. della Cassazione con la nota sentenza n. 8491/11.

La suprema Corte, ritenendo che il termine ricorso fosse stato impiegato nel senso generico di istanza giudiziale, ha sancito, infatti, il principio secondo cui «l'articolo 1137 del c.c non disciplina la forma delle impugnazioni delle deliberazioni condominiali, che vanno pertanto proposte con citazione entro il termine di trenta giorni, in applicazione della regola dettata dall'articolo 163 del c.p.c. e, ove venga impropriamente utilizzato il mezzo del ricorso, il suddetto termine va osservato con riferimento alla data di deposito del ricorso stesso in cancelleria».

Secondo la Cassazione, dunque, nonostante la citazione sia la forma corretta per l’impugnazione delle delibere dell’assemblea, nessuna sanzione d’inammissibilità consegue all’utilizzo del ricorso, se depositato in cancelleria nel rispetto del termine di trenta giorni previsto dal terzo comma dello stesso art. 1137 c.c.

Con l. 220/12, con l’intento di recepire il suddetto orientamento, il legislatore ha modificato l’art. 1137 c.c. disponendo che contro le deliberazioni contrarie alle leggi o al regolamento di condominio, ogni condomino assente, dissenziente o astenuto, possa“adire l’autorità giudiziaria”.

La genericità della terminologia utilizzata e l’assenza di indicazioni sulla procedura da seguire, hanno determinato, tuttavia, il sorgere di un nuovo contrasto giurisprudenziale.

Si sono, infatti, formati due distinti orientamenti che, pur recependo entrambi il principio secondo cui la corretta forma dell’impugnazione è la citazione, come affermato dalla sentenza n. 8491/11, giungono, tuttavia, a conclusioni opposte.

Il Tribunale di Cremona, con sentenza n. 37/14, aderendo a una precedente decisione del Tribunale di Milano, si è pronunciato, inaudita altera parte, per l’inammissibilità dell’impugnazione della delibera assembleare proposta con ricorso anziché con citazione.

Il Giudice ha ritenuto, infatti, che il ricorso difetti dei requisiti previsti, a pena di nullità,dal numero 7 dell’art. 163 c.p.c., ovverosia l’indicazione dell’udienza di prima comparizione e gli avvertimenti ivi indicati per la corretta instaurazione del contraddittorio.

Da ciò, secondo il Tribunale, discende l’inapplicabilità sia del generale principio di conservazione degli atti processuali, che opera quando un atto invalido abbia, comunque, raggiunto lo scopo, sia del meccanismo sanante previsto dall’art. 164, II comma, c.p.c., riferibile ai soli giudizi introdotti con citazione.

La decisione, anche a prescindere da ogni considerazione circa la pretesa inapplicabilità del principio di conservazione degli atti, lascia spazio a molte perplessità, soprattutto perché emessa inaudita altera parte.

Trattandosi, infatti, di un procedimento a carattere contenzioso, il Tribunale avrebbe dovuto, comunque, provocare l’instaurazione del contraddittorio nei confronti del Condominio fissando l'udienza di comparizione delle parti per la trattazione della causa.

In tal senso si è, infatti, pronunciato il Tribunale di Roma con le recenti sentenze n. 14311/16 e n. 24263/18.

Il Tribunale capitolino ha sancito che, qualora l’impugnativa della delibera sia stata proposta con ricorso, il giudice, in ossequio al principio di conservazione degli atti, è tenuto a fissare, con decreto, l’udienza di comparizione delle parti assegnando al convenuto un termine per la costituzione in giudizio.

La circostanza, poi, che il ricorso sia privo dell’avvertimento di cui al n. 7 dell’art. 163, terzo co. c.p.c., è irrilevante, trattandosi di nullità sanabile ai sensi del successivo art. 164.

Pertanto, nel caso in cui il convenuto non si costituisca in giudizio, il giudice, rilevata la nullità dell’atto, ne disporrà d'ufficio la rinnovazione entro un termine perentorio. Questa sanerà i vizi e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si produrranno sin dal momento della prima notificazione.

Nel caso in cui, invece, il convenuto si costituisca, sarà suo onere eccepire l'inosservanza dei termini a comparire o la mancanza dell'avvertimento previsto dal numero 7 dell'articolo 163, e chiedere al giudice la fissazione di una nuova udienza nel rispetto dei termini.

In difetto di richiesta, i vizi dell’atto introduttivo si riterranno sanati.

Inoltre, con la sentenza n. 14311/16, il Tribunale di Roma (che affronta la questione dell’ammissibilità dell’impugnazione delle delibere anche con ricorso ex art. 702 bis c.p.c.) ribadisce il principio secondo cui la tempestività della domanda proposta con ricorso, ai fini del rispetto del termine di decadenza di 30 giorni stabilito dall’art. 1137 c.c., deve essere valutata con riferimento alla data del deposito dell’atto in cancelleria e non della successiva notifica.

Viene, dunque, integralmente confermato l’orientamento espresso dalle S.U. della Cassazione con la già richiamata sentenza n. 8419/11, e ribadito, seppure incidentalmente, anche nelle successive pronunce della Suprema Corte (ex plurimis Cass. S.U. n. 2907/14, Cass. ordinanza n. 10616/18).

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