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Animali: bandirli è illegittimo anche se votato all'unanimità

«Le norme del regolamento [condominiale] non possono vietare di possedere o detenere animali domestici»

Resta il dubbio se inserire le bestie c.d. esotiche fra quelle che si possono ospitare negli appartamenti 
L’art. 1138 del c.c. cosi come riformato dalla Riforma del condominio in vigore dal 18.6.2013 afferma: «Le norme del regolamento [condominiale] non possono vietare di possedere o detenere animali domestici».
Stabilendo questo principio il legislatore ha certamente inteso inibire all'assemblea il potere di escludere la convivenza con un animale d'affezione mediante un voto di maggioranza. La dottrina, tuttavia, è divisa circa l'applicabilità o meno della norma di cui all'art. 1138 c. 5 c.c. sia ai regolamenti esistenti sia a quelli contrattuali.


Secondo una tesi c.d. restrittiva, che richiama il principio d’irretroattività positivizzato nell'art. 11 comma 1 disp. prel. c.c., la nuova disciplina sugli animali domestici in condominio sarebbe valida ed efficace solo per l'avvenire con esclusione dei regolamenti contrattuali, che conserverebbero la loro idoneità a prevedere limitazioni alla proprietà privata anche vietando la detenzione e il possesso degli animali da parte del condomino, trovando l'unico limite nell'inderogabilità delle norme imperative e d’interesse pubblico.


Altro problema nasce dal fatto che la legge non definisce la nozione di animale domestico. In mancanza di una definizione normativa, si fa spesso riferimento alla nozione della scienza veterinaria, che include tra gli animali domestici anche quelli da fattoria, mentre esclude i c.d. esotici. Ai fini dell’applicazione della nuova norma, per animale domestico va invece inteso l’animale da compagnia, cioè quello che ragionevolmente e per consuetudine è tenuto in appartamento per ragioni affettive. Prima della riforma del 2012 anche la Cassazione, sentenza 15 febbraio 2011 n. 3705, ribadiva che il divieto di tenere negli appartamenti i comuni animali domestici «non può essere contenuto negli ordinari regolamenti condominiali, approvati dalla maggioranza dei partecipanti, non potendo […] importare limitazioni delle facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato appartenenti a essi in esclusiva».


Dal 2013, le prime sentenze di merito hanno affrontato la problematica. Tra queste si segnala quanto stabilito dalla seconda sezione civile del tribunale ordinario di Cagliari, con l’ordinanza del 22 luglio 2016. La vicenda in esame riguardava un condomino che aveva proposto ricorso ex art. 702 c.p.c. affinché fosse dichiarato nullo e/o annullato e/o comunque dichiarato privo di efficacia, l’art. 7 del regolamento condominiale, che vietava agli animali domestici l’accesso al condominio. Si costituiva in giudizio il condominio, sostenendo la legittimità del divieto stabilito nel regolamento. Secondo il tribunale di Cagliari deve ritenersi che la disposizione di cui all’art. 7 del regolamento del condominio impugnato sia affetta da nullità sopravvenuta, conseguente all’introduzione, con la legge n. 220/2012, del disposto di cui all’art. 1138, u.c., cod. civ., a mente del quale le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici.

La predetta disposizione, infatti, deve reputarsi applicabile, contrariamente a quanto sostenuto dal condominio resistente, a tutte le disposizioni con essa contrastanti, indipendentemente dalla natura dell’atto che le contiene (regolamento contrattuale ovvero assembleare) e indipendentemente dal momento dell’introduzione di quest’ultimo (prima o dopo la novella del 2012).


E deve contestualmente affermarsi come l’eventuale norma regolamentare difforme da tale precetto sia inficiata da nullità, perché contraria ai principi di ordine pubblico, ravvisabili, per un verso, nell’essersi indirettamente consolidata, nel diritto vivente e a livello di legislazione nazionale, la necessità di valorizzare il rapporto uomo-animale e, per altro verso, nell’affermazione di quest’ultimo principio anche a livello europeo.


L’introduzione del citato divieto è stata invero preceduta dai principi elaborati dalla giurisprudenza che, nel prendere posizione in merito alla legittimità dei regolamenti che vietavano l’accesso e il mantenimento di animali domestici negli appartamenti, aveva più volte sostenuto la necessità che essi fossero espressione, in caso di regolamenti assembleari, dell’unanimità dei consensi dei condomini, giacché atti a incidere, menomandole, sulle facoltà comprese nel diritto di proprietà, sia comune sia esclusivo, dei singoli ovvero, in caso di regolamenti contrattuali (quelli predisposti dall’originario unico proprietario), che fossero richiamati negli atti di acquisto, costituendosi con essi servitù reciproche, oltre a riconoscere il diritto di visita in carcere al cane del detenuto, in quanto membro della famiglia, o ammettere il diritto di visita in ospedale al cane del paziente ricoverato, costituendo il rapporto uomo-animale un’attività realizzatrice della personalità umana.

Nella legislazione, vanno richiamati la l. 14 agosto 1991, n.281, legge-quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, con la quale è stata prevista la condanna degli atti di crudeltà, maltrattamenti e abbandono degli animali, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale (art. 1); la l. 189/2004, che ha introdotto nel codice penale i nuovi delitti di “animalicidio” e di maltrattamento di animali, di cui agli artt. 544 bis e ss. c.p., e l’art. 31 legge 120/2010 (nuovo codice della strada) e il successivo decreto ministeriale attuativo 9 ottobre 2012 n.217, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 12.12.2012 n. 289, che ha disposto l’obbligo di fermarsi a soccorrere l’animale ferito in caso d’incidente.


Alla luce di quanto detto, non può condividersi l’orientamento che vorrebbe limitare l’ambito applicativo dell’introdotto divieto ai soli regolamenti successivi all’entrata in vigore della norma o a quelli assembleari, essendo stati, con la novella del 2012, sostanzialmente codificati, anche in ambito condominiale, i principi già operanti nel diritto vivente e nella legislazione nazionale e internazionale.


Ma se così è (e in questo senso si ritiene di dover procedere nell’interpretazione della norma), non vi è chi non veda come il divieto scolpito dall’ultimo comma dell’art. 1138 c.c. costituisca espressione dei principi di ordine pubblico, dalla cui violazione discende necessariamente la nullità insanabile della statuizione a esso contraria.
E del resto dal mero inquadramento geografico della norma non può trarsi alcun elemento idoneo a restringerne la portata ai soli casi di regolamento c.d. assembleare.

Se è vero che le disposizioni contenute nei commi precedenti dell’art. 1138 c.c. dettano regole in ordine ai casi in cui l’adozione del regolamento diviene obbligatoria e al <i>quorum </i>necessario per la sua approvazione, riferendosi evidentemente al c.d. regolamento assembleare, è altresì vero che nessuna indicazione in merito alla natura del regolamento è contenuta nella rubrica della norma, denominata genericamente “regolamento di condominio”, e neppure nello stesso ultimo comma, quello contenente il divieto, nel quale è citato il “regolamento” senza alcun’altra specificazione.

Se dunque nessun indizio può trarsi dall’esame lessicale dell’art. 1138 c.c. e della norma contenente il divieto, appare riduttivo far discendere una qualsiasi conseguenza dal fatto che quest’ultima sia stata “fisicamente” inserita in una disposizione che regola anche le ipotesi di regolamento c.d. assembleare, non soltanto perché la sua stessa ratio conduce a risultati differenti, come si è visto sopra, ma anche perché le stesse conseguenze della sua violazione, specificamente previste dall’art. 155 disp.att. c.c. (a mente del quale «cessano di avere effetto le disposizioni del regolamento di condominio che siano contrarie alle norme richiamate nell’ultimo comma dell’articolo 1138 del codice»), sanciscono definitivamente la correttezza della tesi della nullità del regolamento contrario al divieto, costituendo l’inefficacia mera conseguenza di un’invalidità e non invalidità essa stessa.


Può dunque fondatamente sostenersi come la norma in esame non sia strettamente connessa alle ipotesi di regolamento assembleare, secondo quanto asserito dal condominio, ma costituisca precetto generale, valevole per qualsiasi regolamento, indipendentemente dalla fonte della sua adozione.

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