Il PCI e affittopoli: ricatti e clientele

INTERVISTA ALLEX SINDACO GIUBILO

Pubblichiamo qui di seguito lintervista completa rilasciataci dallex sindaco di Roma, Pietro Giubilo, e da noi concessa in anteprima al quotidiano Il Tempo andato in edicola martedì 16 febbraio. È una forte denuncia di quanto accaduto nella Capitale nel corso degli anni, di chi ne abbia la responsabilità  e di come  il Commissario Straordinario Tronca possa trovarsi di fronte a situazioni  già ben note a chi avesse voluto vederle.

 «Ho provato già nel 1988 a censire il patrimonio abitativo ma contro di me si schierarono la sinistra e un noto immobiliarista

 È di nuovo scoppiata la polemica sul patrimonio immobiliare del Comune di Roma: affitti a prezzi irrisori, subentri abusivi pagati, inefficienze di ogni genere. Giubilo, lei che è stato sindaco nel 1988-89, cosa ci dice della sua esperienza?

Già nel 1988, quando minsediai, la situazione era grave. La consistenza degli immobili era passata da circa 7 mila del 1963 a oltre 40 mila alla fine degli anni 70. Al Comune erano stati trasferiti gli immobili degli enti di assistenza e beneficenza; per assicurare un tetto agli sfrattati erano stati acquisiti interi edifici anche fuori Roma; gli elenchi erano del tutto incompleti o danneggiati. LAmministrazione aveva una conoscenza solo sommaria del suo patrimonio, di chi lo possedesse realmente, di chi fosse in regola con i pagamenti e chi no. Insomma unimmensa proprietà immobiliare lasciata a se stessa.

E anche la sua giunta si arrese di fronte a questo disastro?

Al contrario. Dedicammo, in pochi mesi, nove sedute di Giunta e sei riunioni di Consiglio per discutere e approvare alcuni interventi.

Ce li può ricordare?

Con due ordini di servizio istituimmo immediatamente un ufficio recupero crediti e un servizio ispettivo. Lassessore inviò oltre trentamila lettere per richiedere gli arretrati di pagamenti non effettuati. Potenziammo la possibilità di verificare le situazioni di abuso trasferendo 52 vigili urbani allUfficio casa. Ma si trattava di provvedimenti non in grado di risolvere una situazione gravemente compromessa e allora, ad appena tre mesi dallinsediamento, nel novembre del 1988, con la famosa delibera 8580, decidemmo per un bando pubblico finalizzato allaffidamento di uno studio di fattibilità per realizzare un censimento del patrimonio immobiliare e la relativa gestione del sistema informatico.

Che cosa successe ?

Apriti cielo! Non solo insorse lopposizione, allora guidata dal PCI; ma ricevemmo diffide e denunce da parte del sindacato CGIL. Perché sia gli uni sia gli altri difendevano lindifendibile e cioè che per il censimento e la gestione degli immobili poteva essere sufficiente lattività degli uffici comunali. Ma la verità era unaltra.

Quale?

Dietro linefficienza cera una ragnatela dinteressi e di clientele che trovava copertura proprio nellimpossibilità operativa degli uffici che erano incapaci di impedire occupazioni e subentri abusivi, e di aggiornare i canoni di affitto, sui quali prosperavano iniziative politiche, scambio di favori e ogni genere di mercimonio. Lassessore, in una memoria di Giunta, segnalò, ad esempio, che eliminando alcune pagine del parziale inventario cartaceo, si realizzavano le condizioni di acquisizione per usucapione a beneficio di chi possedeva abusivamente limmobile.

Dopo il bando come proseguirono le cose?

Qualche mese dopo, a giugno dell89, approvammo le proposte, i criteri e le graduatorie formulati dalla Commissione che, nel frattempo, era stata istituita e acquisimmo lo studio di fattibilità del censimento presentato da un consorzio di operatori immobiliari, con specifica esperienza nel settore. E qui intervenne ancora un attacco a tenaglia. Da un lato il maggior partito di opposizione fece una conferenza stampa per attaccare la Giunta, alla quale risposi, questa volta con toni molto duri. Denunciai la campagna diffamatoria portata avanti da atteggiamenti trasversali, con la quale si tentava di colpire la politica dellAmministrazione capitolina che stava facendo chiarezza su uno scandalo del tutto evidente. Si trattava dissi di impedire che continuasse indisturbata lattività di una vera e propria banda di delinquenti con ampi collegamenti che aveva compiuto rapine in danno al patrimonio del Comune che invece avrebbe dovuto avere le disponibilità per svolgere eravamo a fronte di emergenze abitative unautentica attività sociale a sostegno dei più deboli. Perché il lato più riprovevole era che loccupazione di chi non aveva diritto o di chi era subentrato pagando, ledeva il diritto di chi, invece, versava in condizioni per le quali lamministrazione aveva il dovere di intervenire.

Ha parlato di unatenaglia

Sì, perché proprio in quei giorni ricevetti una telefonata da un noto allepoca immobiliarista romano che, dicendo di parlare a nome di un grande personaggio politico (e non era vero) cercò di impedirmi di varare il provvedimento. Ma, ovviamente, io non gli diedi retta. Ricevetti qualche giorno dopo, forse non casualmente, insieme allassessore, una convocazione da parte di un magistrato attualmente defunto che minacciò gravi provvedimenti se avessimo continuato a operare nella direzione intrapresa. In questo caso, non eravamo più sul terreno del conflitto politico ma in quello di qualche evidente interesse imprenditoriale, arrogantemente tutelato in alto loco. Quello che ancora mi amareggia di quei giorni non è quanto ho riferito, ma il mancato appoggio di quella stampa che oggi giustamente denuncia con grande clamore quanto emerge. Mentre allora ben ventisette anni fa non spese una parola per sostenere chi tentò di porre rimedio allo scandalo.  

Che cosa avvenne dopo?

Lasciai il Consiglio comunale, dove avevo percorso tutte le tappe possibili: da consigliere ad assessore e quindi sindaco. Restai nel partito la DC ove detenevo lincarico di segretario romano. La giunta Carraro, che venne dopo la mia, affidò nel 1991 al Consorzio che aveva presentato il progetto di fattibilità la redazione del censimento. E non mancarono anche in questo caso denunce e iniziative della magistratura. Ma ebbi una soddisfazione.

Quale?  

Pensi che nellistruttoria penale (nella quale non fui coinvolto) eseguita sulla base di una denuncia sempre da parte dagli stessi soggetti che mi avevano contrastato il magistrato scrisse che «lamministrazione capitolina soltanto nel 1988 iniziò a compiere interventi concreti ponendosi il problema di un nuovo censimento del patrimonio immobiliare comunale». Mi dovetti, tuttavia, difendere da unindagine della Corte dei conti che mimputava, come sindaco di non aver vidimato, cioè firmato, linventario dei beni immobili che è parte del bilancio del Comune. Fu assai facile respingere laccusa: come avrei potuto sottoscrivere un inventario che non recava le firme del Segretario comunale e del Ragioniere generale che, evidentemente, non lo firmavano proprio perché era un documento falsato, non corrispondente, in termini di consistenza e di valori, al reale? Per redigerne uno vero si doveva, appunto, fare un censimento, proprio ciò che era stato deliberato dalla mia giunta.

Dopo oltre ventisette anni sembra che le cose non siano cambiate. Come mai?

Devo dire, con franchezza, che non ho più seguito il problema, se non come lettore delle ricorrenti cronache che, ancora oggi, evidenziano mostruose inefficienze. Credo che il censimento sia stato fatto. Vi hanno lavorato, mi sembra, due o più gruppi imprenditoriali che hanno avviato, finalmente, anche una dismissione parziale, compiendo però, in molti casi, una vera e propria svendita. Probabilmente il censimento, oggi, dovrebbe essere completo, anche perché nel frattempo intervenne, nel febbraio del 1995, un decreto legislativo che obbligava al completamento degli inventari entro la fine del 1996 e al loro aggiornamento annuale.

Mi vuole dire che tutto è a posto?

Al contrario. Resta, infatti, il principale problema che trovai al mio insediamento, oltre 27 anni fa. È evidente, di fronte alla mancata revisione di canoni così irrisori, dellinadeguata verifica di chi detiene effettivamente gli immobili e della mole dei crediti arretrati per gli affitti, che lAmministrazione non ce la fa a gestire un patrimonio così complesso. Certamente ci potrà anche essere un problema di corruzione, ma tutto ciò nasce e si sviluppa nellinefficienza che poi diviene un alibi, anche per il clientelismo politico.

La conclusione?

È una soltanto: privatizzare la gestione di questo patrimonio immobiliare, ma non come è stato fatto nel recente passato. Intervenire con estrema durezza sulle irregolarità, salvaguardando solo comprovate situazioni di bisogno. Il patrimonio immobiliare pubblico, compreso quello di pertinenza dei Comuni, poi, potrebbe rappresentare convogliato in un fondo compartecipato dai cittadini risparmiatori e da investitori istituzionali una leva per ridurre il debito pubblico, eseguendo nel tempo, operazioni di valorizzazioni in sintonia con il mercato, senza una svendita caso per caso che ha prodotto, spesso, micro arricchimenti. Occorre, quindi, uniniziativa di grande respiro che in passato qualche Ministro delleconomia aveva ipotizzato, cioè patrimonio pubblico contro debito pubblico. Ma per intraprendere questa strada occorre superare queste gestioni amministrative inadeguate e corruttibili.