Emergenza casa, si cercano nuove soluzioni

A fronte dell’aggravarsi dell’emergenza abitativa, continua la sperimentazione, da parte dell’associazionismo, di formule per valorizzare una solidarietà economicamente sostenibile, che combini differenti esigenze e bisogni su basi di scambio, anche di tipo non mercantile.
L’innovazione si sta concentrando, ad esempio, sulla formula della coabitazione, che non prevede particolari costi o investimenti finanziari aggiuntivi o specifici, è relativamente semplice sul piano organizzativo, non richiede specifiche competenze tecniche e sposta l’attenzione sulla gestione relazionale e i servizi di accompagnamento e accoglienza.
Certo, non è un’ipotesi per i casi sociali più gravi, non potrà riguardare grandissimi numeri e grandi scale d’intervento e tendenzialmente si presenta come una soluzione temporanea, ma intanto è una risposta immediata e si presta alla capacità di penetrazione locale del privato-sociale e di valorizzazione della sua rete di relazioni, rapporti personali e reputazione di cui dispone, non praticabili, certo, da soggetti pubblici, che comunque conservano un importante ruolo promozionale e informativo in proposito e per i necessari servizi collaterali.
Uno dei progetti più recenti è nato in Toscana nel 2009 e ora è in arrivo anche in altre regioni, come ad esempio l’Emilia Romagna, particolarmente a Bologna, grazie all’Auser e al Centro Servizi per il Volontariato. È stato denominato “Abitare Solidale”, prevede servizi di accompagnamento combinati con forme innovative di coabitazione e la costituzione di condomini solidali, entrambi fondati sui valori del mutuo aiuto e della reciprocità tra soggetti deboli e a rischio di marginalità e nuove povertà.
La formula è semplice ma efficace: in concreto, sono promosse forme di coabitazione gratuita su piani di reciproca solidarietà, offrendo accoglienza a persone e nuclei famigliari più giovani o fragili che vivono temporanei momenti di difficoltà non solo economica. Questi, a loro volta, danno compagnia e sostegno alle persone anziane (e non solo) o a chi non riesce a sostenere le spese di una grande casa in proprietà. In effetti, un bene prezioso come la casa può divenire un problema non solo per chi non è in grado di acquistarne o affittarne una, ma anche per quanti, proprietari o affittuari di un alloggio, hanno bisogno di una qualche forma di aiuto nella gestione della vita quotidiana, o anche solo di compagnia. Il rapporto di convivenza è basato su un patto abitativo che prevede uno scambio di servizi, in sostituzione del tradizionale contratto d’affitto, e quindi sostanzialmente a titolo gratuito, tra privati cittadini, tutelato da specifici strumenti e procedure, favorendo la costituzione di rapporti di mutuo sostegno tra le parti atto a rispondere a emergenze socio-economiche contingenti e a rafforzare il principio della sussidiarietà orizzontale.
Proprio grazie a questa formula e alla capacità di articolare il proprio intervento a favore di una pluralità di soggetti – dall’anziano che necessita di un sostegno leggero per mantenere il più a lungo possibile la propria autosufficienza, alla donna vittima di violenza domestica alla ricerca di luoghi e opportunità per un nuovo progetto di vita, sino agli inoccupati e cassintegrati – “Abitare Solidale” sta ottenendo risultati importanti, soprattutto in termini di ricadute sociali.
Principio – base del progetto è la costruzione di relazioni interpersonali forti, responsabili, solidali che concorrano, attraverso la condivisione consapevole di uno stesso spazio abitativo, al rafforzamento di innovativi sistemi di protezione sociale.
In concreto, per raggiungere tali risultati ci si è dotati di procedure e strumenti semplici e chiari, che mirano a mettere in contatto domanda e offerta, utilizzando in particolare la funzione d’intermediazione e accompagnamento (ma anche di “filtro”) dell’associazionismo. L’incontro tra le due “componenti” avviene grazie alla promozione e mediazione di organismi non profit (che si fanno quindi garanti, in qualche misura, dell’affidabilità e reputazione delle due parti) e attraverso un patto abitativo che, al contrario del classico contratto di affitto, non si basa su una relazione di tipo economico, ma su un rapporto di scambio e sostegno reciproco. Le associazioni collaborano anche nel possibile reperimento di offerte alloggiative idonee e concorrono nella facilitazione e monitoraggio delle coabitazioni in corso.
Per accedere al servizio bisogna rispondere ad alcune caratteristiche e condizioni-base: ad esempio, non sono fornite badanti o colf, chi offre ospitalità deve essere, quindi, autosufficiente e comunque non deve cercare donne o uomini di servizio per prestazioni di assistenza gratuite. Non sono previste forme di affitto camuffate, ma solo un’eventuale compartecipazione alle spese per le utenze (mai superiore al 50% delle stesse) e si accettano solo opportunità alloggiative dignitose. Offerte di divani letto o similari, in assenza di uno spazio idoneo a garantire la privacy dell’ospite, non sono prese in considerazione. Il progetto si rivolge a soggetti e casi post-emergenza e non problematici (dipendenze, patologie psichiatriche ecc.), capaci di costruire un rapporto di reciproca solidarietà e mutuo aiuto.
Si tratta di restituire fiducia sociale e interpersonale nella gente, è qui il cuore dell’innovazione di questo intervento. La possibilità di riuscita sta nella creazione di una rete solidale forte attorno alle persone che intraprendono questo percorso, che favorisca il loro incontro, la loro reintegrazione ed emancipazione sociale. Occorre facilitare percorsi di solidarietà abitativa integrando risorse e competenze di servizi pubblici e associazioni di categoria, con l’obiettivo di sviluppare interventi di contrasto al disagio abitativo fondati sui principi del social housing e del cohousing e finalizzati a integrare le politiche per il diritto alla casa con azioni di coesione e protezione sociale per incentivare buone pratiche di welfare di comunità.
Ora si tratta di rendere organica e formale la collaborazione tra volontariato e Comuni; finora è stata attivata con la semplice stipula di un protocollo d’intesa in cui vengono definiti reciproci impegni tra le parti, al fine di replicare e trasferire le buone pratiche del progetto e il suo ulteriore sviluppo in tutto il territorio toscano mediante la costruzione di una rete “pubblico–privata” (enti pubblici, terzo settore, volontariato) sempre più vasta. Serve, inoltre, la flessibilità operativa che solo il privato può garantire e un clima di fiducia reciproca che può essere generato solo da chi è credibile nella propria azione finalizzata al servizio e alla solidarietà, senza alcuno scopo di carattere utilitaristico.
Finora in Toscana sono già stati promossi più di 200 percorsi di solidarietà abitativa, che hanno coinvolto una quarantina di Comuni delle Provincie di Pisa, Pistoia, Arezzo e Firenze. A fronte di tale espansione territoriale e dei risultati ottenuti, il progetto è stato poi inserito nel Piano integrato socio sanitario regionale (PISSR) – 2012/2015. L’eterogeneità dei contatti ricevuti e la qualità delle offerte di spazio abitativo sono significative. Queste ultime sono pervenute maggiormente da anziani, ma anche da donne sole, professionisti, famiglie. Per quanto riguarda i richiedenti, si è trattato (in genere) di donne sole, di soggetti temporaneamente esclusi dal mondo del lavoro, di singoli o giovani coppie con disagio economico, di madri con figli, di famiglie, studenti, giovani lavoratori, donne vittime di violenza domestica.
In prospettiva, la grande sfida è costruire attorno a questa idea d’innovazione sociale una rete associativa forte insieme alle Istituzioni e alle categorie di settore, integrando risorse e competenze. Prima ancora che soldi serviranno un’effettiva, diffusa volontà e capacità di collaborazione e spirito di servizio, nell’ottica della costruzione di bene comune.