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Consolidare o ricostruire?

Consolidare o ricostruire?
A tre mesi dal tragico crollo del viadotto Polcevera

Chissà che cosa avrebbe detto Riccardo Morandi se avesse visto il suo viadotto crollare e soprattutto, chissà che cosa penserebbe sul futuro delle campate della sua opera rimaste ancora in piedi. 

Abbiamo già scritto su queste pagine del Viadotto Polcevera, della dinamica del crollo e delle possibili soluzioni per la ricostruzione dell’intero viadotto. Abbiamo anche detto che per gli appassionati dei ponti e della loro storia (e chi scrive è tra questi) il viadotto andrebbe conservato. Al riguardo, sono state organizzate petizioni, cui hanno aderito numerosi esperti e studiosi autorevoli.

Dicevamo per gli amanti dei ponti e della loro storia. Sì perché il viadotto Polcevera fa parte della storia dei ponti e della storia d’Italia. Progettato per collegare l’aeroporto Cristoforo Colombo, il porto e la città di Genova, fu costruito tra il 1963 e il 4 settembre 1967, quando fu inaugurato alla presenza del Presidente Saragat. È stata un'infrastruttura strategica anche per il collegamento fra il nord dell’Italia e il sud della Francia. Si tratta certamente di un’opera d’arte e non soltanto nel senso comune del termine come utilizzato in ingegneria stradale, che rappresenta un’epoca importante per l’ingegneria civile, italiana e mondiale.

Detto questo, la soluzione sembrerebbe ovvia: l’opera d’arte va conservata, costi quel che costi. E sarebbe bello lasciare alle future generazioni i due sistemi bilanciati ancora esistenti e poter spiegare i concetti di Morandi con degli esempi “viventi”. A tal fine, basterebbero dei rinforzi strutturali, soprattutto sugli stralli della pila numero 10, che non dovrebbero modificare la struttura ma nemmeno l’architettura del viadotto: infatti, nei ponti, specie quelli rilevanti, l’aspetto estetico e l’impatto ambientale sono fondamentali, e il viadotto di Morandi si inseriva molto bene nel contesto ambientale, superando con leggerezza ed eleganza la valle del Polcevera. Le campate rimaste, una volta consolidate, potrebbero invitare a una bella passeggiata con vista sul golfo; in sostanza l’opera rimasta potrebbe essere ridimensionata a viadotto pedonale o, comunque, con traffico limitato a mezzi “turistici” leggeri.

Questa affascinante proposta, però, non risolverebbe il problema del traffico e lascerebbe un’opera ingombrante in una zona strategica, dove non sarebbe facile trovare percorsi alternativi.

È possibile recuperare e riaprire al traffico veicolare la parte di viadotto rimasta, ricostruendo quella crollata? Quali lavori sarebbero necessari per rendere la struttura conforme alle attuali esigenze di sicurezza? I piloni, gli stralli e la travata sarebbero ancora utilizzabili con piccoli ritocchi o richiederebbero pesanti interventi di miglioramento? Le risposte a tali domande potrebbero essere date soltanto dopo un’accurata valutazione dello stato di salute dell’intero viadotto che comprendeva, oltre ai tre sistemi bilanciati strallati di cui uno crollato, anche una lunga porzione a travata con pile a V.

Tale soluzione, ossia consolidamento della parte rimasta e ricostruzione di quella crollata, rispetterebbe i vincoli che il progetto di Morandi soddisfaceva: l’allaccio ai tratti di autostrada a monte e a valle, il superamento del fiume Polcevera e della ferrovia senza disturbarne l’operatività. Inoltre, richiederebbe tempi certamente inferiori rispetto alla ricostruzione dell’intero viadotto e consentirebbe anche di utilizzare le fondazioni esistenti.

Non sarebbe, però, soddisfatta la domanda di traffico attuale. Infatti, appare ovvio che le dimensioni stradali dovrebbero essere adeguate al traffico attuale e prevedibile nel prossimo futuro e, quindi, andrebbero realizzate almeno 3 o 4 corsie per ciascun senso di marcia, oltre alle corsie di emergenza. Ciò vale anche per la porzione di viadotto a travata con le pile a V, che non presenta particolari segni di degrado. Qualora si ricostruisse con le stesse dimensioni stradali, l’uso potrebbe essere limitato alle autovetture e andrebbe costruito contemporaneamente un percorso alternativo, parallelo al Polcevera, nelle immediate vicinanze o anche distante da esso, per il traffico pesante.

In definitiva, che cosa rimarrebbe dell’opera d’arte di Morandi? Poco o nulla; anzi si rischierebbe un “falso” che non renderebbe onore a uno dei più grandi progettisti di ponti di sempre, vanto dell’ingegneria italiana. Inoltre, con la mancanza di un’adeguata manutenzione, evenienza sempre in agguato nel nostro Paese, si rischierebbe un altro flop in un prossimo futuro, con ulteriore enorme danno all’immagine di Morandi e delle scuole di ponti italiane.

Allora possiamo immaginare, a malincuore, la risposta di Morandi sul futuro della porzione della sua opera rimasta ancora in piedi: meglio demolire il viadotto anziché rischiare di legare al suo nome un altro insuccesso per il quale, come per il precedente, non avrebbe alcuna responsabilità. Della stessa tipologia restano, a memoria del grande genio, il Ponte General Rafael Urdaneta sul lago Maracaibo in Venezuela (nella foto) e il ponte sul Wadi al-Kuf in Libia e speriamo che le autorità locali dedicheranno alle due grandi opere la giusta attenzione, eseguendo la necessaria manutenzione per tempo.

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