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Condominio: è reato il “travaso di fondi” dell’amministratore

Condominio: è reato il “travaso di fondi” dell’amministratore

Una particolare severità caratterizza ora la giurisprudenza sia di legittimità sia di merito verso l’amministratore che in vari modi distragga somme del condominio per fini diversi dalla causale per cui sono stati versati. La Corte di Cassazione, sezione Penale, con la sentenza 28.06.2019 n. 37300, depositata il 6 settembre 2019, ha rilevato che il reato di appropriazione indebita da parte dell'amministratore di condominio si configura anche quando il professionista utilizza i soldi di un condominio in favore di un altro condominio. Escludendo, quindi, un profitto personale.

Nel caso di specie, un amministratore indagato, imputato e poi condannato, in primo e in secondo grado, per il reato di appropriazione indebita, si difendeva eccependo che se era vero che aveva distratto dei fondi di alcuni condominii, egli l'aveva fatto esclusivamente per soddisfare le spese di altri condominii sempre da lui gestiti. Secondo la sua difesa, senza che siano stati dimostrati né un vantaggio personale né fraudolente intese con i terzi destinatari dei singoli atti di disposizione, così non macchiandosi del delitto di appropriazione indebita descritto dall'art. 646 del codice penale.

Secondo la Cassazione che confermava la sentenza di condanna della Corte di appello, non è da potersi considerare legittimo il «travaso di fondi» da un condominio a un altro poiché tale condotta si appalesa sicuramente illegittima ai sensi dell'art. 646 c.p., giacché il dolo di appropriazione indebita (dolo specifico) è integrato anche dal fine di procurare ad altri un ingiusto profitto.

Commette il delitto di appropriazione indebita l’amministratore di condominio che, anziché dare corso ai propri obblighi, si appropri delle somme a lui rimesse dai condòmini, utilizzandole per scopi diversi e incompatibili con il mandato ricevuto e coerenti, invece, con finalità personali. L'art. 646 del codice penale specifica che commette il reato di appropriazione indebita «chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso». La norma, in buona sostanza, attribuisce il reato a chiunque abbia il possesso di una cosa altrui e se ne appropria con l'intenzione di procurare a se o ad altri un ingiusto profitto, cioè non dovuto. Tra chi ha il possesso di una cosa altrui, rientra l'amministratore che, in ragione del mandato conferitogli, possiede i registri, i verbali e il denaro del condominio.

Pertanto, nel reato di appropriazione indebita, nel quale è data alla res una destinazione incompatibile con il titolo e con le ragioni che ne giustificano il possesso, a nulla rileva la volontà di restituire ciò di cui ci si è appropriati salvo che tale volontà si manifesti al momento dell’abuso del possesso e sia accompagnata dalla certezza della restituzione. Tali condizioni non appaiono dimostrate nel caso dell’appropriazione indebita di somme del condominio da parte dell’amministratore, poi cessato dalla carica, permanendo gli ammanchi nelle casse condominiali e la presenza di posizioni debitorie del condominio al momento della cessazione dell’incarico.

Occorre altresì rilevare che la Corte di Cassazione, sezione II penale, con sentenza 19 dicembre 2018 n. 57383 ha chiarito che l'amministratore di più condominii che, senza autorizzazione, faccia confluire i saldi dei conti attivi dei singoli condominii su un unico conto di gestione a lui intestato, risponde del reato di appropriazione indebita. È ininfluente la destinazione finale del saldo cumulativo a usi personali dell'amministratore o a esigenze dei condominii amministrati, perché tale condotta comporta di per sé la violazione del vincolo di destinazione impresso al denaro al momento del suo conferimento.

Alle sopraccitate sentenze si aggiunge ora il Tribunale Ordinario di Roma, V Sez. Civile, che con sentenza 06.05.2019 n. 9394, ha stabilito la risarcibilità anche di danni non patrimoniali al condominio vittima di sottrazione di fondi da parte dell’amministratore.

Con atto di citazione ritualmente notificato, il Condominio X, conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Roma, sia l’ex amministratore dello stabile, revocato dall'assemblea dei condomini all'unanimità, per gravi irregolarità, sia il Condominio Z (anch'esso amministrato da Y), beneficiario di alcuni bonifici disposti senza causa dall'amministratore al fine di:

  • Sentire accertare la responsabilità di Y per mala gestio;
  • Sentire condannare in solido l'ex amministratore Y e il condominio Z al rimborso delle somme di cui quest'ultimo aveva beneficiato per effetto di bonifici disposti senza causa dal Sig. Y;
  • Sentir condannare il solo sig. Y sia alla restituzione di parte della documentazione contabile e fiscale di proprietà del condominio attore e ancora illegittimamente ritenuta dall'amministratore revocato, sia al risarcimento, in favore dell'attore, dei danni non patrimoniali da esso attore subiti, in dipendenza della condotta denunciata in citazione realizzata dal convenuto Y.

Il Tribunale di Roma rilevava la responsabilità professionale dell'amministratore convenuto per mala gestio, sulla base delle circostanze emerse, in particolare di quelle che impongono al mandatario di eseguire l'incarico ricevuto con la diligenza del buon padre di famiglia; di comunicare ai mandanti l'avvenuta esecuzione dell'incarico senza ritardo e, alla scadenza dello stesso, di rendere fedelmente il conto della sua gestione e di riconsegnare tutto quanto ha ricevuto per l'esecuzione del mandato.

Sempre secondo il Tribunale di Roma nel caso in commento non poteva intervenire l’approvazione di delibera, per la sistematica violazione di tutti i principi di trasparenza e buona fede comunemente richiesti nella redazione del bilancio condominiale, analogamente a quanto accade per le società. Ma è interessante il fatto che il Tribunale di Roma, in dipendenza diretta dell'infedele amministrazione realizzata dal sig. Y, abbia condannato quest'ultimo al risarcimento dei “danni non patrimoniali” in favore del Condominio attore, pur essendo quest'ultimo un ente collettivo non dotato di piena personalità giuridica.

In proposito, il Tribunale afferma che «la risarcibilità del danno extrapatrimoniale […] è stata riconosciuta anche […] agli enti collettivi non pienamente personificati […] ogni qual volta ne sia leso un interesse equivalente ai diritti fondamentali della personalità, compatibili con l'assenza di corpo fisico e costituzionalmente protetti, poiché l'art. 2 della Costituzione ne assicura tutela sia in quanto riconducibili al singolo sia in quanto riconducibili alle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità […]».

Il Tribunale assente al fatto che il condominio possa – di fatto – essere assimilato a tutte quelle associazioni (o formazioni sociali) nelle quali il singolo individuo esplica la propria personalità, ricadenti nell'ambito di tutela dell'art. 2 della Costituzione, in quanto portatrici d’interessi oggettivamente autonomi e aventi rilevanza esterna; da tanto, fa discendere la risarcibilità del danno non patrimoniale in capo agli enti di gestione non pienamente personificati, i quali ben possono subire, come i singoli condomini che li compongono, una lesione alla reputazione meritevole di autonoma risarcibilità.

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