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Ci compra anche la Germania

Ci compra anche  la Germania
Prosegue la panoramica di Riccardo Pedrizzi, già presidente della Commissione finanze e tesoro del Senato (2001-2006), della svendita del nostro apparato produttivo a imprese straniere.

Tutto il mondo fa shopping da noi: americani, cinesi, inglesi e tanti altri come abbiamo già visto nei precedenti articoli pubblicati su questa Rivista, intitolati «La Cina è vicina» e «Francesi ancora all'attacco del Bel Paese».

Le imprese tedesche sono il secondo investitore diretto in Italia dopo di quelle USA che con il fondo Blackstone hanno acquisito il palazzo di via Solferino, storica sede del «Corriere della Sera»; il gruppo emiliano delle piastrelle Marrazzo (da Mohawk Industries Inc.); Avio, tramite la General Electric, mentre Poltrona Frau diventa americana con Haworth Italy Holding. In precedenza Whirlpool si era già assicurata l’Indesit, acquisendo gli stabilimenti di Siena, Napoli, Cassinetta Biandronno (VA), Albacina, Melano, Comunanza, Caserta.

Da parte loro i tedeschi, secondo varie ricerche, controllano in Italia oltre 1.900 imprese, che fatturano complessivamente intorno ai settantadue miliardi di euro. Da anni lontani opera la Deutsche Bank che acquisì la Banca d’America e d’Italia e la Popolare di Lecco. Al vertice dell’ABI, l’associazione bancaria, c’è come vicepresidente Flavio Valeri, gran capo di Deutsche Bank in Italia.
«L’aspetto su cui ci siamo maggiormente concentrati – ha spiegato Valeri – è stata la cross fertilization tra le tre aree di business: l’asset management, la banca d’affari, la banca commerciale tradizionale, per arrivare a una crescita organizzata. Così siamo molto attivi nel credito al consumo, attraverso il marchio DBEasy, dove abbiamo una quota del 7 per cento del mercato italiano, fabbrichiamo poi prodotti per Poste Italiane e per Cassa Centrale Banca, la nuova holding delle banche di credito cooperativo che si è venuta a costituire a Trento. Inoltre, abbiamo investito molto sull’Information Technology, anche razionalizzando, come sta avvenendo con le esternalizzazioni a Cedacri delle nostre attività di back-end. Ora vogliamo continuare a crescere, puntando sulle PMI e le grandi aziende esportatrici e sull’asset gathering, attraverso i consulenti finanziari, il network dei private bankers e la struttura di wealth management».

I tedeschi giocano a tutto campo. Qualche tempo fa la Volkswagen si è portata a casa la Ducati. Il gruppo di Wolfsburg ha acquisito l’azienda di Borgo Panigale dal Fondo Investindustrial di Andrea Bonomi. In precedenza la Giugiaro Design e la Lamborghini erano diventate Audi - Volkswagen e la Webasto si era assicurata la Diavia, leader dei condizionatori d’auto. Nel 2017 il 100% delle azioni di Fusina Rolling è passato nelle mani di Slim Aluminium S.p.A., società partecipata dal fondo d’investimento tedesco Quantum, attivo nel settore manifatturiero e in particolare nell’alluminio. È un nuovo esempio di conquista delle eccellenze del made in Italy da parte degli stranieri. Il fondo d’investimento tedesco che in Europa controlla sedici società industriali (3 nel settore alluminio) intende far ripartire e sviluppare, attraverso la sua controllata Slim, Porto Marghera. In Italia, a inizio 2016, Slim Aluminium rilevò il 100% dell’Hydro Slim di Cisterna (Latina), anch’essa azienda del settore (produce laminati di alluminio sottili), che occupa circa 400 lavoratori. Ora, con l’acquisizione dello stabilimento Alcoa di Fusina a Porto Marghera, completa la gamma e diviene il primo gruppo italiano per laminati.

E mentre da noi si aprono le porte a tutti, la stessa Germania cosi come la Francia e gli Stati Uniti si barricano con normative più che adeguate a salvaguardare il proprio sistema produttivo. Infatti, nel mondo globale il protezionismo economico cresce ovunque: persino a Berlino, patria di liberismo, si è varata una legge per limitare le scalate a società e infrastrutture strategiche e per evitare rapine di tecnologia.

Un recente provvedimento prevede norme severe riguardo l’acquisto di imprese con una valenza anche sociale – per esempio quelle dell’acqua, dell’energia elettrica e del gas – oppure la cui vendita potrebbe mettere a rischio l’ordine e la sicurezza del Paese. Si tratta prevalentemente della tecnologia militare. Secondo il nuovo decreto, in futuro sarà più difficile per gli investitori fuori dall’area Ue comprare imprese con un alto know how tecnologico, per esempio quelle produttrici di software per le centrali nucleari, elettriche, per istituti di credito, banche, ospedali e aeroporti. Il governo tedesco si riserva più tempo per le autorizzazioni: da due a quattro mesi. Si vogliono fare verifiche più approfondite utilizzando anche le informazioni raccolte da fonti d’intelligence. Inoltre sarà effettuata un’attenta verifica sul Paese di origine dell’acquirente, onde evitare sedi fittizie nella Bundesrepublik. Queste misure bloccheranno di fatto gli investimenti stranieri in Germania.

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