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Campi elettromagnetici e danno alla salute

Secondo la Corte di Cassazione, sentenza 25 marzo 2019 n. 8277, è illegittima la decisione del Giudice di merito che accerti, sulla base del principio di precauzione, l’intollerabilità delle immissioni elettromagnetiche e la conseguente pericolosità per la salute, senza considerare i limiti previsti dalla normativa di riferimento.

I proprietari di due appartamenti in condominio, confinanti nella parte retrostante con gli impianti ferroviari di una società, esponevano che quest'ultima aveva fatto installare abusivamente dei pali per l'alta tensione che emettevano radiazioni lesive per la salute.

Per tali motivi, ne chiedevano la rimozione e il risarcimento dei danni. Tribunale, prima, e Corte d'Appello poi, condannavano la società applicando la Legge quadro n. 36/2001 (Protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici).

Secondo i giudici di merito, infatti, nonostante la scienza medica non avesse accertato un nesso causale tra esposizione ai campi elettromagnetici ed effetti negativi sulla salute, occorreva applicare il principio di precauzione, in base al quale il danno alla salute è presunto indipendentemente dall'assenza di prova sul nesso di causalità.

La Cassazione ha, infatti, sconfessato il ragionamento dei giudici di merito, accogliendo il ricorso della società.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 307 del 2003, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle leggi regionali che avevano introdotto livelli di tutela superiori a quanto stabilito dalla Legge quadro.

In particolare, la Consulta ha affermato che «la ratio della fissazione dei valori-soglia (limiti di esposizione, valori di attenzione, obiettivi di qualità definiti come valori di campo), rimessa allo Stato, non consiste esclusivamente nella tutela della salute dai rischi dell'inquinamento elettromagnetico, ma risponde a una ratio più complessa e articolata, trattandosi, da un lato, di proteggere la salute della popolazione dagli effetti negativi delle emissioni elettromagnetiche e, dall'altro, di consentire, anche attraverso la fissazione di soglie diverse in relazione ai tipi di esposizione, ma uniformi sul territorio nazionale, la realizzazione degli impianti e delle reti, rispondenti a rilevanti interessi nazionali, come quelli che fanno capo alla distribuzione dell'energia e allo sviluppo dei sistemi di telecomunicazione».

La Corte d'appello avrebbe dovuto adeguarsi alle previsioni normative, contenute nella citata Legge quadro n. 36/2001 e nel DPCM n. 200/2003, sul superamento dei limiti di esposizione e del valore di attenzione in essi fissati, trattandosi peraltro dell'unico criterio di valutazione adottato per verificare l'intollerabilità delle immissioni.

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