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È avventato chiedere senza motivo la revoca dell’amministratore

È avventato chiedere senza motivo la revoca dell’amministratore
Ciascun condòmino può chiedere all' Autorità Giudiziaria la revoca dell'amministratore di condominio al ricorrere di particolari condizioni che sono riassunte sotto la dicitura di gravi irregolarità nella gestione.

Ciascun condòmino può chiedere all' Autorità Giudiziaria la revoca dell'amministratore di condominio al ricorrere di particolari condizioni che sono riassunte sotto la dicitura di gravi irregolarità nella gestione. In generale il codice dispone che la revoca dell’amministratore possa essere deliberata in ogni tempo dall’assemblea. I condomini possono sempre decidere di revocare l’amministratore nominato, anche a prescindere dalla sussistenza di una giusta causa o di un giustificato motivo alla base dell’interruzione del rapporto.

La revoca dell’amministratore può anche essere disposta dall’autorità giudiziaria, su ricorso di ciascun condomino così come contemplato dall’articolo 1129, comma 11, del codice civile:

  • Se l’amministratore non ha informato il condominio circa le citazioni o i provvedimenti dell’autorità amministrativa notificatigli e che riguardino questioni che esorbitano dalle sue attribuzioni (art. 1131 c.c.);
  • Se l’amministratore non ha reso il conto della sua gestione;
  • Se l’amministratore ha commesso gravi irregolarità.

I confini della nozione di gravi irregolarità sono lasciati volutamente indefiniti dal legislatore, il quale tuttavia provvede comunque a stilare un elenco non esaustivo di azioni od omissioni che possono essere ricondotti a tale concetto.

Le irregolarità considerate gravi

In particolare, il comma 12 dell'articolo 1129 del codice civile considera espressamente gravi irregolarità:

  • L’omessa convocazione dell’assemblea per l’approvazione del rendiconto condominiale, il ripetuto rifiuto di convocare l’assemblea per la revoca e per la nomina del nuovo amministratore o negli altri casi previsti dalla legge;
  • La mancata esecuzione di provvedimenti giudiziari e amministrativi, nonché di deliberazioni dell’assemblea;
  • La mancata apertura e utilizzazione del conto corrente bancario o postale intestato al condominio;
  • La gestione secondo modalità che possono generare confusione tra il patrimonio del condominio e quello personale dell’amministratore o di altri condomini;
  • L’aver acconsentito, per un credito insoddisfatto, alla cancellazione delle formalità eseguite nei registri immobiliari a tutela dei diritti del condominio;
  • Qualora sia stata promossa azione giudiziaria per la riscossione delle somme dovute al condominio l’aver omesso di curare diligentemente l’azione e la conseguente esecuzione coattiva qualora sia stata promossa azione giudiziaria per la riscossione delle somme dovute al condominio;
  • L’inottemperanza agli obblighi di cui all’art. 1130, n. 6), 7) e 9) (tenuta dei registri di anagrafe condominiale, registro dei verbali delle assemblee, registro di nomina e revoca dell’amministratore e registro di contabilità);
  • L’omessa, incompleta o inesatta comunicazione dei dati di cui al secondo comma dell’articolo 1129.

Esistono inoltre le cosiddette gravi irregolarità fiscali. Se esse accadono, il singolo condomino può innanzitutto chiedere la convocazione di assemblea per fare cessare la violazione e revocare il mandato all’amministratore e, in caso di mancata revoca da parte dell’assemblea, può rivolgersi all’autorità giudiziaria su cui si pronuncerà il tribunale competente. 

A pronunciarsi sulla domanda di revoca giudiziale di un amministratore di condominio è competente il Tribunale, il quale vi provvede in camera di consiglio, con decreto motivato, sentito l'amministratore in contraddittorio con il ricorrente.

Contro il provvedimento del Tribunale, può essere proposto reclamo alla Corte di Appello, nel termine di dieci giorni dalla sua notificazione o dalla sua comunicazione (art. 64, novellato. disp. att. c.c.).

Le conseguenze dell’eventuale rimozione

La revoca giudiziale dell’amministratore comporta l’immediata cessazione del rapporto di mandato esistente tra lo stesso e il condominio. Poiché è ammessa in limitati ed esclusivi casi di gravi inadempienze da parte dell’ex amministratore, è incompatibile con il proseguimento di qualsiasi attività di rappresentanza del professionista atteso che non potrà più agire in nome e per conto del condominio che l’ha revocato.

Ammettere anche solo temporaneamente la prosecuzione in capo all’amministratore revocato giudizialmente dei poteri di rappresentanza del condominio, significherebbe consentire allo stesso di poter continuare a esercitare attività potenzialmente lesive degli interessi dei condòmini e in contrapposizione a un provvedimento da parte dell’Autorità Giudiziaria.

In tal senso anche la Corte di Cassazione con la pronuncia 18.03.2010 n. 6555 ha ammesso i poteri in prorogatio dell’amministratore di condominio limitatamente alle sole ipotesi di scadenza del mandato, dimissioni o mancato rinnovo dell’incarico, escludendo dalla prosecuzione anche solo temporanea dei
poteri in capo allo stesso, nell’ipotesi in cui l’amministratore sia stato revocato per giusta causa.

Tale circostanza consente dunque di ritenere che l’ex amministratore revocato giudizialmente per giusta causa non possa più esercitare alcuna attività ordinaria o straordinaria in nome e per conto dei condòmini e, conseguentemente, non può procedere alla convocazione di nuove assemblee, approvazione di bilanci e conferimenti d’incarichi a professionisti per la riscossione degli oneri condominiali. 

Lite temeraria

Tanto premesso può accadere che un condomino si determini a chiedere la revoca giudiziale per ragioni non tutelabili. La Cassazione civile, sez. VI, con ordinanza 24 ottobre 2019, n. 27326 ha stabilito che ove il condomino abbia adito l’autorità giudiziaria per una revoca dell’amministratore per motivi rilevatasi palesemente infondati, è passibile di condanna al risarcimento dei danni per lite temeraria. Nel caso all’attenzione della Cassazione il condomino aveva chiesto al competente Tribunale adito di disporsi la revoca dell'amministratore ai sensi degli artt. 1129, n. 11, e 1131 c.c. con decreto, il Tribunale rigettava il ricorso.

In seguito, in sede di reclamo, la Corte d'appello confermava il provvedimento del Tribunale; in particolare, precisava che i profili di consistente colpa insiti nella determinazione di proporre reclamo avverso un provvedimento del tutto coerente con i risultati probatori, giustificavano la condanna ai sensi dell'art. 96, terzo comma, codice di procedura civile.

Per le ragioni esposte, il condomino ricorrente era stato condannato sia al pagamento delle spese legali del procedimento in favore dell'amministratore resistente sia alla somma di denaro per lite temeraria (equitativamente determinata in mille euro).

Avverso tale provvedimento, il condomino proponeva ricorso in Cassazione.

In proposito, conformemente all'orientamento giurisprudenziale in materia, i giudici di legittimità hanno osservato che «la responsabilità aggravata ai sensi dell'art. 96, terzo comma, c.p.c., a differenza di quella di cui ai primi due commi della medesima norma, non richiede la domanda di parte né la prova del danno, ma esige pur
sempre, sul piano soggettivo, la mala fede o la colpa grave della parte soccombente, sussistente nell'ipotesi di violazione del grado minimo di diligenza che consente di avvertire facilmente l'infondatezza o l'inammissibilità della propria domanda, non essendo sufficiente la mera infondatezza, anche manifesta, delle tesi prospettate; peraltro, sia la mala fede che la colpa grave devono coinvolgere l'esercizio dell'azione processuale nel suo complesso, cosicché può considerarsi meritevole di sanzione l'abuso dello strumento processuale in sé, anche a prescindere dal danno procurato alla controparte e da una sua richiesta, come nel caso di pretestuosità dell'azione per contrarietà al diritto vivente e alla giurisprudenza consolidata, ovvero per la manifesta inconsistenza giuridica o la palese e strumentale infondatezza dei motivi di impugnazione»(Cass. civ. sez. un., 20 aprile 2018, n. 9912).

La Corte ribadisce il principio sancito dalle SU n. 9912/2018 secondo cui: «La responsabilità aggravata ai sensi dell' art. 96, 3 co., cod. proc., a differenza di quella di cui ai primi due commi della medesima norma, non richiede la domanda di parte né la prova del danno, ma esige pur sempre, sul piano soggettivo, la mala fede o la colpa grave della parte soccombente, sussistente nell'ipotesi di violazione del grado minimo di diligenza che consente di avvertire facilmente l'infondatezza o l'inammissibilità della propria domanda, non essendo sufficiente la mera infondatezza, anche manifesta, delle tesi prospettate; peraltro, sia la mala fede che la colpa grave devono coinvolgere l'esercizio dell'azione processuale nel suo complesso, cosicché possa considerarsi meritevole di sanzione l'abuso dello strumento processuale in sé, anche a prescindere dal danno procurato alla controparte e da una sua richiesta, come nel caso di pretestuosità dell'azione per contrarietà al diritto vivente e alla giurisprudenza consolidata, ovvero per la manifesta inconsistenza giuridica o la palese e strumentale infondatezza dei motivi di impugnazione».

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