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Amministratori: appropriazione indebita e rapporto fiduciario

Amministratori:  appropriazione indebita e rapporto fiduciario
Una recentissima sentenza della Cassazione penale (Sez. II, 21 aprile 2020 n. 12618), nel dichiarare inammissibile il ricorso di un amministratore, condannato nei gradi di merito, conferma l’indirizzo maturato negli anni precedenti circa la responsabilità del mandatario (nella specie amministratore di condominio) che si appropri di somme dei condomini, anche se ciò avvenga in ragione di presunte ragioni di credito.

Una recentissima sentenza della Cassazione penale (Sez. II, 21 aprile 2020 n. 12618), nel dichiarare inammissibile il ricorso di un amministratore, condannato nei gradi di merito, conferma l’indirizzo maturato negli anni precedenti circa la responsabilità del mandatario (nella specie amministratore di condominio) che si appropri di somme dei condomini, anche se ciò avvenga in ragione di presunte ragioni di credito. La questione ha visto coinvolto un amministratore di condominio imputato con l'accusa di essersi appropriato indebitamente delle somme giacenti  sui conti correnti dei condòmini.

Come spesso già contestato in simili fattispecie, anziché utilizzare i fondi condominiali per le spese comuni (ivi compreso il compenso pattuito) l’imputato effettuava prelievi e altre operazioni anche a favore di altri condomini sempre dal medesimo gestiti determinando una confusione contabile sul conto corrente condominiale

Nei giudizi di merito, dalla semplice lettura degli estratti conto emergeva il ripetersi della pratica contestata riscontrandosi plurimi prelevamenti senza una causale direttamente collegabile al condominio intestatario del conto. Ciò portava alla condanna dell’accusato al quale non erano neppure riconosciute le attenuanti generiche, stante il reiterarsi nel tempo delle condotte incriminate, sintomo di dolo specifico.  È opportuno evidenziare come non sfugga nell’approccio alla fattispecie incriminata la considerazione del rapporto fiduciario che sussiste tra vittima e possessore: nel caso di specie, tra condòmini e amministratore di condominio. È proprio la fiducia tradita a caratterizzare dal reato predetto distinguendosi per esempio dalla diversa fattispecie del furto nel quale il bene oggetto del delitto è nel possesso di altri, mentre nell'appropriazione indebita il bene da far proprio è già nelle mani di colui che diventerà l'autore del delitto. Si richiamano per completezza i passaggi più rilevanti della sentenza.

Il Tribunale aveva ritenuto integrata la condotta contestata all’imputato, “essendo stata raggiunta prova ragionevolmente certa del fatto che l’imputato si sia appropriato del denaro depositato sui conti correnti intestati ai condomini del quale aveva il possesso in qualità di mandatario e quale unico delegato ad operare sui predetti conti correnti. Tali somme erano gravate da un vincolo di destinazione, posto che l’imputato aveva l’obbligo di incassare i canoni con l’accordo di restituirli ogni tre mesi ai proprietari, dopo aver detratto a titolo di compensi professionali la percentuale del 3% annuo del monte locazioni e le spese documentate necessarie alla gestione. È poi emerso e confermato dall’imputato – che al momento della revoca del mandato, abbia omesso di corrispondere (e quindi si sia appropriato) anche i canoni di locazione versati per il trimestre giugno – ottobre 2013, senza che il motivo posto alla base della condotta criminosa – pagamento per un presunto e non documentato diritto di credito – possa incidere sulla rilevanza penale della stessa. L’esame degli estratti dei conti correnti ha, inoltre evidenziato il compimento di prelievi e bonifici sprovvisti di giustificativo compiuti, per stessa ammissione dell’imputato, da lui medesimo”.

Dalle dichiarazioni rese dallo stesso imputato, confermate anche dalla vicenda speculare del condominio è emerso il seguente modus operandi: amministratore di diversi stabili oltre a quelli di proprietà delle parti civili, l’imputato era solito utilizzare il denaro presente sui conti correnti intestati ai diversi condomini come fosse cosa propria sia per coprire ammanchi di altri conti corrente sia per fini personali. “Tale condotta esorbita sicuramente i limiti consentiti dalla sua qualità di mandatario e integra la condotta appropriativa tipizzata all’art. 646 codice penale”.

La sentenza conferma i precedenti giurisprudenziali per i quali sussiste la responsabilità penale dell'amministratore condominiale ai sensi dell'art. 646 c.p. (appropriazione indebita), quando l'amministratore, venendo meno al proprio mandato, fa sue o comunque trattiene somme di danaro che non gli spetterebbero in ragione dell'incarico assunto.

In sintesi, la condotta dell’amministratore che abbia trattenuto somme di cui aveva la disponibilità in ragione del suo ufficio e con destinazione “vincolata” ai pagamenti nell’interesse del condominio, integra il delitto di appropriazione indebita. La Cassazione ha richiamato la giurisprudenza di legittimità sebbene datata che, con riferimento proprio all’ipotesi del denaro, “stante l’immutabilità del quadro normativo di riferimento” risulta ancora attuale e valida.

Nella pronuncia viene ribadito come anche il denaro possa costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, atteso che “il denaro, nonostante la sua "ontologica" fungibilità, può essere oggetto di trasferimento relativamente al mero possesso, senza che al trasferimento del possesso si accompagni anche quello della proprietà”. Ciò di norma si verifica, oltre che nei casi in cui sussista o si instauri un rapporto di deposito o un obbligo di custodia, nei casi di consegna del danaro con espressa limitazione del suo uso o con un preciso incarico di dare allo stesso una specifica destinazione o di impiegarlo per un determinato uso: in tutti questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del proprietario e, ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (ex pluris, Cass. Pen. II, 24.10.2017 n. 50672).

È bene ricordare come a nulla sia servito il tentativo dell’amministratore, al fine di evitare la condanna, di giustificare le operazioni contabili contestate in ragione di presunte ragioni di credito. Nella specie la difesa aveva cercato di qualificare diversamente la fattispecie incriminata cercando di ricondurla nell’alveo del reato di esercizio abusivo delle proprie ragioni che prevede una pena inferiore. La Corte non condivideva tale prospettiva. Nella sentenza, infatti, si stabiliva come la condotta incriminata (appropriazione indebita) non venga meno anche quando le operazioni vengono eseguite in ragione di presunte ragioni di credito. Sul punto: “D’altro canto, questa Corte (Sez. 2, sentenza n. 293 del 04/12/2013, dep. 2014, Rv. 257317) ha già chiarito che il reato di appropriazione indebita non viene meno quanto l’imputato invochi di aver trattenuto le somme in contestazione a compensazione di propri preesistenti crediti, ove si tratti di crediti non certi, non liquidi e non esigibili.” (sentenza citata Cass.  21 aprile 2020 n. 12618).

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