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Accertamento della comproprietà e attenuazione della “probatio diabolica”

Accertamento della comproprietà e attenuazione della “probatio diabolica”
Il minore rigore probatorio rispetto all’azione di rivendicazione non esime l’attore dall’onere di allegare e provare esaurientemente il titolo del proprio acquisto

Una recente decisione del Supremo Collegio (v. sent. n. 20593 del 7 agosto 2018), in tema di prova circa la natura comune di un bene sito nell’edificio – situazione, quest’ultima, avente connotati peculiari rispetto ad un bene soggetto al regime della comunione – ci offre lo spunto per alcuni interessanti rilievi.

La fattispecie sottesa alla controversia prendeva origine da una domanda, proposta da un condomino, proprietario di un appartamento al piano terra dello stabile con annesso terrazzo a livello, il quale aveva convenuto in giudizio un altro condomino, titolare di altra unità immobiliare nello stesso stabile, al fine di sentire accertare il suo diritto di proprietà esclusiva sul terrazzo in questione per averlo acquistato a titolo derivativo da altro soggetto o, in subordine, a titolo “originario” in forza di usucapione.

Il convenuto aveva contestato le avverse pretese, deducendo la natura condominiale ex art. 1117 c.c. del vano in contestazione, e, nelle more del giudizio, aveva proposto domanda di reintegra, assumendo di essere stato spogliato del possesso del locale per averlo l'attore chiuso con una struttura in muratura.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda proposta dall’attore ed aveva accolto la domanda riconvenzionale proposta dal convenuto e, per l'effetto, aveva dichiarato il terrazzo oggetto del contenzioso di proprietà comune, ratificando, altresì, il provvedimento possessorio emesso in corso di causa.

La Corte d’Appello aveva confermato – per quel che interessa in questa sede – il suddetto decisum.

Il condomino soccombente ricorreva per cassazione, in primo luogo, denunciando la violazione dell'art. 112 c.p.c., e rimproverando al giudice di appello di aver errato, per un verso, nel qualificare la sua azione come “rivendica” ex art. 948 c.c., benché non vi fosse domanda di restituzione, e, per altro verso, nel ritenere esso attore privato del possesso, a vantaggio del convenuto, benché lo stesso si fosse dichiarato pieno proprietario e le parti in causa avessero chiesto di accertare la proprietà.

In secondo luogo, il ricorrente rilevava come non sarebbe dato comprendere le argomentazioni logico-giuridiche sottese alla qualificazione del terrazzo come “condominiale”, posto che lo stesso non rientrava tra i beni elencati nell'art. 1117 c.c., né siffatta qualificazione trovava conforto nei titoli allegati.

Si prospettava, in terzo luogo, la violazione degli artt. 1168 c.c. e 704 c.p.c., sottolineando che, essendo stato introdotto un giudizio possessorio, la sua concessione avrebbe “esautorato” l'azione petitoria, dal momento che il giudice non avrebbe mai potuto annullare il suo stesso provvedimento, sicché ogni successiva azione sarebbe risultata viziata da tale provvedimento.

I giudici di Piazza Cavour hanno scrutinato congiuntamente tali doglianze stante l’evidente connessione, ma le hanno ritenute tutte non meritevoli di accoglimento. 

Innanzitutto, si è ricordato che il giudice del merito, nell'indagine diretta all'individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto a uniformarsi al “tenore meramente letterale” degli atti nei quali esse sono contenute, ma deve, per converso, avere riguardo al “contenuto sostanziale” della pretesa fatta valere, come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante (v. Cass. 7 gennaio 2016, n. 118, in Foro it., Rep. 2016, voce Procedimento civile, n. 221; Cass. 19 ottobre 2015, n. 21087, id., Rep. 2015, voce cit., n. 202).

Atteso che l'interpretazione della domanda rientra nella valutazione del giudice di merito e non è censurabile in sede di legittimità ove motivata in modo sufficiente e non contraddittorio  – v., ex multis, Cass. 24 luglio 2012, n. 12944, id., Rep. 2012, voce 2012, voce Lavoro e previdenza [controversie], n. 96 – gli ermellini hanno evidenziato che la Corte territoriale, sulla base degli atti processuali, ha motivatamente qualificato la domanda principale proposta dall'attore come rivendica, riconducendo quella riconvenzionale all'accertamento della natura condominiale del bene, per cui nessuna censura poteva essere formulata in sede di legittimità.

In ordine alla seconda tematica, si è rammentato che, in tema di condominio negli edifici, per tutelare la proprietà di un bene appartenente a quelli indicati dall'art. 1117 c.c. non è necessario che il condominio dimostri con il rigore richiesto per la rivendicazione la comproprietà del medesimo, essendo sufficiente, per presumerne la natura condominiale, che esso abbia “l'attitudine funzionale al servizio o al godimento collettivo”, e cioè sia collegato, strumentalmente, materialmente o funzionalmente con le unità immobiliari di proprietà esclusiva dei singoli condomini, in rapporto con queste da accessorio a principale, mentre spetta al condomino che ne afferma la proprietà esclusiva darne la prova (v. Cass. 7 maggio 2010, n. 11195, id., Rep. 2010, voce Comunione e condominio, n. 159).

In quest’ordine di concetti, si è affermato che, nella gravata sentenza, non vi era stata alcuna omessa pronuncia con riferimento all'infondatezza della domanda riconvenzionale, avendo il giudice distrettuale confermato le valutazioni compiute dal giudice di prime cure con riferimento alla natura condominiale del terrazzo, dedotta dall'esame degli atti di vendita e della consulenza tecnica d'ufficio, che avevano evidenziato la natura comune dell'area coperta oggetto del giudizio.

Infine, l'attore non aveva provato di aver posseduto in via esclusiva il bene, escludendo gli altri condomini dal godimento per il tempo necessario per la usucapione, in disparte il fatto che, ai sensi dell'art. 704 c.p.c., il provvedimento possessorio, emesso nel corso del giudizio petitorio, aveva natura esclusivamente “interinale” ed era destinato ad essere assorbito dalla pronuncia che concludeva il procedimento a cognizione piena nel quale era stato emesso (v. Cass. 16 giugno 2008, n. 16220, id., Rep. 2008, voce Possesso, n. 52).

Orbene, sin dall’inizio, si è discussa la questione se il possesso del bene, da parte dell’attore, fosse o meno un requisito dell’azione di mero accertamento del diritto di proprietà, anche se le uniche disposizioni di legge che espressamente si riferiscono all’azione di “accertamento” del diritto di proprietà, ossia gli artt. 2651 e 2653, n. 1), c.c., non sembrano indicare il possesso attuale del bene come requisito di ammissibilità dell’azione de qua (significative di questo dibattito in giurisprudenza sono state, in senso opposto, Cass. 26 maggio 1965, n. 1038, in Giust. civ., 1965, I, 1277, e Cass. 18 settembre 1965, n. 2033, in Foro it., Rep. 1966, voce Proprietà, n. 48).

Comunque, il regime probatorio si pone in modo differente nelle due situazioni.

L’attore, il quale proponga una domanda di accertamento della proprietà, ove contestata dalla controparte, e non abbia il possesso della cosa oggetto del preteso diritto, ha l’onere di offrire la stessa prova “rigorosa” richiesta per la revindica, ossia la  dimostrazione della titolarità del diritto mediante la prova di acquisto a titolo originario, eventualmente risalendo al titolo originario dei propri danti causa, o quanto meno il possesso continuato del bene conforme al titolo, da parte del proprietario ed eventualmente dei suoi danti causa, protratto per il tempo necessario all’usucapione del bene.

Ciò perché egli esercita un’azione a contenuto petitorio, diretta al conseguimento di una pronuncia giudiziale utilizzabile, in un secondo momento, per ottenere la consegna della cosa da parte di chi la possiede o la detiene (v. Cass. 18 agosto 2003, n. 12091, id., Rep. 1987, voce Proprietà [azioni a difesa della], n. 3; Cass. 12 marzo 1993, n. 2989, in Giust. civ., Mass. 1993, 485, la quale fa, comunque, salvi i temperamenti dovuti alla peculiarità del caso e all’atteggiamento difensivo del detentore convenuto).

Pertanto, qualora un soggetto si limiti a richiedere al giudice l’accertamento che un determinato bene, detenuto da un terzo, gli appartiene, senza chiederne la restituzione, tale azione, essendo pur sempre di natura reale, postula lo stesso rigore probatorio della revindica di cui all’art. 948 c.c., con la quale coincide quanto all’accertamento della proprietà sulla cosa contesa: l’unica differenza va rinvenuta nel momento finale della causa che, nell’azione di accertamento, si esaurisce nella declaratoria di appartenenza del diritto mentre, in quella di rivendicazione, mira anche al conseguimento del possesso.

Al contrario, è esonerato dall’onere della prova richiesta per l’azione di rivendicazione – specie riguardo ai vari trasferimenti della proprietà sino alla copertura del tempo sufficiente per usucapire – l’attore che propone un’azione di mero accertamento della proprietà e abbia già il possesso della cosa oggetto del preteso diritto, e ciò perché tale azione, essendo l’attore assistito dalla posizione favorevole del possesso, tende non alla modifica di uno stato di fatto, bensì solo all’eliminazione di uno stato di incertezza circa la legittimità del potere di fatto sulla cosa di cui l’attore è già investito (v. Cass. 14 aprile 2005, n. 7777, in Foro it., Rep. 2000, voce Proprietà [azioni a difesa della], n. 10; Cass. 9 giugno 2000, n. 7894, in Giust. civ., Mass. 2000, 1262).

Anche qui l’attore deve fornire la prova del diritto di proprietà di cui assume di essere titolare, ma, per la rilevanza giuridica del possesso, è richiesta una prova meno rigorosa dell’azione di rivendicazione – connotata quest’ultima, invece, da caratteri precipuamente restitutori – potendosi ricorrere, come tutti i fatti, anche alle presunzioni; a tal fine, la prova può esser data con qualsiasi mezzo, non necessariamente documentale, come ad esempio a mezzo di consulente tecnico d’ufficio, purché, in tal caso, il convincimento del giudice si ponga come conseguenza univoca e necessaria dei fatti emersi dall’indagine tecnica, o attraverso le risultanze dei registri catastali, purché utilizzati con rigore logico di ragionamento e convalidati da altri elementi di causa (v. Cass. 27 ottobre 2003, n. 16094, id., 2004, I, 58; contra, Cass. 17 maggio 1967, n. 1027, in Foro it., Rep. 1997, voce Proprietà [azioni a difesa della], n. 26, secondo la quale le sole risultanze dei libri e dei registri catastali non sono sufficienti a soddisfare l’onere della prova, in quanto gli stessi possono dar luogo solo ad indizi e presunzioni semplici).

Gli stessi principi valgono in materia di accertamento della comunione: infatti, nei giudizi che hanno per oggetto l'uso della cosa comune, il diritto di comproprietà vantato da colui che ha promosso l'azione costituisce soltanto un presupposto di questa, da esaminarsi incidenter tantum, con la conseguenza che, se il diritto è contestato dal convenuto, l'attore, a differenza di quanto avviene nella azione di rivendicazione, pur essendo tenuto a fornire la prova del diritto stesso, non ha l'onere della c.d. probatio diabolica, ma può avvalersi di qualsiasi mezzo di prova, comprese le presunzioni.

Tuttavia, tale minore rigore probatorio rispetto all’azione di rivendicazione non esime dall’onere di allegare e provare il titolo del proprio acquisto – come puntualizzato da Cass. 4 dicembre 1997, n. 12300, in Giust. civ., Mass. 1997, 2327 – in quanto si deve pur sempre statuire proprio sulla titolarità del dominio in capo ad un soggetto piuttosto che ad un altro, per cui l’attore è tenuto a provare di essere proprietario e tale prova deve essere esauriente.

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